(CC BY-SA 3.0 Addicted04 via WikiPedia)

Sono un paio di settimane che voglio scrivere qualcosa sull’AUKUS, argomento che trovo particolarmente interessante.

L’AUKUS, come sanno tutti, è un accordo a tre – Stati Uniti, Australia e Regno Unito – di tipo politico-militare chiaramente rivolto contro la Cina e la sua politica “assertiva” nello scacchiere del Pacifico, soprattutto del Mar Cinese Meridionale. Di fatto è il primo grosso risultato della nuova strategia della “Global Britain” post-Brexit. Che tanto “nuova” non è, perché fa parte della tradizione Tory, a partire almeno dal “gran largo” churchilliano.

L’accordo ricalca la tradizionale partnership strategica tra i principali paesi della c.d. “anglosfera”, cementata dalla comune partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale e poi proseguita ai tempi della Guerra Fredda e della “guerra al terrore”. Un aspetto di questa partnership è l’alleanza di intelligence detta “Five Eyes Countries”, alla quale partecipano USA, UK, Australia, Nuova Zelanda e Canada. I paesi che la compongono collaborano nel controspionaggio e non si spiano tra di loro. L’esistenza di quest’alleanza ebbe un momento di popolarità anni fa quando si venne a sapere che gli americani avevano spiato la Merkel.

L’AUKUS coinvolge tre dei paesi anglofoni suddetti. Gli USA per la loro tradizionale politica globale, l’Australia in quanto diretta interessata dal punto di vista geografico, e – la cosa più interessante – il Regno Unito, che dopo la decolonizzazione degli anni Sessanta molti consideravano ormai solo, come scrisse una rivista di aeronautica decenni fa, “un membro, non troppo sbilanciato in alto, dell’Alleanza Atlantica”. È del 1968 la scelta laburista di ritirarsi dal c.d. “East of Suez”, anche se comunque nel 1971 gli accordi bilaterali tra Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Malaysia e Singapore avevano creato una specie di alleanza a guida britannica denominata FPDA, “Five Powers Defence Agreements”, alla quale la Gran Bretagna affianca inoltre una sua presenza nel sultanato del Brunei. Insomma nonostante la linea ufficiale euro-atlantica la Gran Bretagna non ha mai riununciato del tutto a una proiezione marittima a larghissimo raggio (vi ricordate le Falkland?), per cui non occorre per la nuova strategia di Londra reinventare la ruota.

L’accordo militare è notevole perché prevede, per la prima volta, la cessione in modo ufficiale di tecnologia nucleare militare da parte di un paese occidentale, anche se non per armi ma per propulsione. Infatti il Regno Unito cederà all’Australia la tecnologia necessaria affinché possa dotarsi di sottomarini d’attacco nucleari (SSN). Sottomarini d’attacco, non sottomarini lanciamissili (SSBN): le armi nucleari vere e proprie rimarranno in mano di USA e UK. Finora, a partire fin dal McMahon Act del 1946, gli USA hanno prima cercato di tenere il monopolio del nucleare militare, e poi hanno cercato di limitare le potenze nucleari ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (tutti già potenze nucleari nel 1967, compresa la Cina Popolare), e in seguito a denti stretti accettando di fatto nel “club” anche Israele ed India. Tutti gli altri sono “rogue states”. Gli addetti ai lavori ricorderanno la vicenda dell’SSN italiano “Guglielmo Marconi” e dell’SLBM “Alfa”, abortiti, al di là delle ragioni etico-politiche ed economiche, per la decisa opposizione statunitense che riuscì nel 1975 a far ratificare a un recalcitrante governo italiano il Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

Chi è rimasta spiazzata da tutto questo è stata l’Unione Europea. Non tanto perché i francesi si sono trovati senza una lucrosa commessa per i propri cantieri. Quanto perché l’AUKUS ha ribadito lo spostamento del fulcro della politica estera statunitense dall’Atlantico al Pacifico, spostamento che risale a ben prima di Trump. Semmai c’è da avere il coraggio di far notare la problematicità della convinzione comune che dà per spacciata una potenza nucleare anglofona in quanto non più appartenente all’UE. Non è un caso che subito dopo la notizia dell’AUKUS ci sia stata una recrudescenza della tradizionale polemica sulla Brexit. Ma questo non cambia i termini del discorso, e cioè che è l’UE, non solo la Cina, a subire questo trattato. Come dice giustamente Marinella Neri Gualdesi, la Brexit non è stata un evento casuale, e le letture mainstream che l’attribuiscono ai vecchi rimbecilliti o agli hacker russi sono oltremodo riduttive. I conservatori inglesi non hanno mai creduto sul serio all’Unione Europea, non è certo un segreto, e quando hanno constatato il sostanziale fallimento del progetto politico “macro-economicista” e “post-westfaliano” che ha dato vita all’UE, hanno cercato un’alternativa. Il fatto che al di qua della Manica non lo si voglia ammettere pubblicamente non rende per questo il progetto meno fallito.

La politica… “pacifica” di Washington non può non attrarre Londra. Il “gran largo” churchilliano, caro ai Tories, trova in questo “patto tripartito” anglofono centrato sul Pacifico una notevole opportunità. L’Unione Europea ha ormai preso atto, anche se non lo dà troppo a vedere nei grandi media, della futilità del suo tentativo di costituire la prima entità politica “post-westfaliana” del XXI secolo. Non siamo in un mondo “post-westfaliano”, siamo in un mondo “neo-westfaliano” solo parzialmente globalizzato, e questo imprevisto sviluppo ha trasformato l’UE nel classico vaso di coccio tra vasi di ferro. Oggi nessuno più considera una qualità dell’Euro il fatto di essere “una moneta senza stato”; tutti invece sono tornati alla tradizionale visione della moneta come espressione di una sovranità. Si accusano i nazionalisti di “sovranismo” perché si vuole un “super-sovranismo” europeo. Facile collegare a tutto ciò le molte esternazioni dei grandi personaggi pubblici a favore di una difesa comune o di una politica fiscale europea.

Non so però quanto Francia e Germania saranno disposte a “europeizzare” i loro due gioielli di famiglia, ossia la “Force de Frappe” e il “Bund” rispettivamente. A questo punto vien voglia di fare whatiffing. Se la Francia temesse di essere tagliata fuori dal nuovo ombelico del mondo del c.d. “Indo-Pacifico” e si inserisse come potenza militare-nucleare nel gioco delle parti facendo forza sui suoi territori oltremare della Nuova Caledonia, lo farebbe come membro UE o a titolo nazionale, riscoprendo De Gaulle come i britannici hanno riscoperto Churchill? Più in generale: ci si può fidare che la Francia non faccia il bis con il vecchio affaire della CED per mantenere l’orgoglio nazionale della “Force de Frappe”? E di fronte a un’UE sempre più sclerotica, potrebbe la Germania avere la tentazione di fare un suo “Lebensraum 2.0” con un’Unione dell’Europa Orientale sotto la sua egemonia? Magari con un nuovo patto Ribbentrop-Molotov economico? Certo, qui siamo al “rave” fantapolitico.  Ma l’UE sta facendo tutto fuorché “massa critica”, i veti incrociati bloccano qualsiasi cambiamento sostanziale, e l’unica cosa a cui l’establishment europeo riesce a pensare anche in situazioni di gravissime difficoltà come quella attuale è di sfruttare le crisi per andare avanti imperterriti con il proprio raffermo e ammuffito progetto macroeconomico anarco-capitalista. Ma un giorno si dovrà pur prendere la decisione se risvegliare l’Unione Europea dal suo stato comatoso oppure staccare la spina. E se quest’ultima sarà la decisione, ci sarà un multiverso di scenari possibili.

Chi vivrà vedrà. La tautologica osservazione che la “Global Britain” sarà sempre succube dei “Global USA” non cambia la realtà delle cose. Sono decenni che con la “special relationship” il Regno Unito ha trovato la sua collocazione internazionale in qualità di “alleato fedele” della sua ex-colonia. Quando nel 2003 Bush jr. decise di invadere l’Iraq le Reali Forze Armate di Sua Maestà Britannica furono le uniche che gli americani vollero tra i piedi; un Berlusconi entusiasta dovette rassegnarsi a fornire “solamente” truppe di occupazione. Salvo poi rendersi conto tutti che la “mission” era tutto fuorché “accomplished” e che la vera guerra in Iraq era appena cominciata. Non occorre invece essere esperti in geopolitica, al contrario, per arrivare alla conclusione che un rischio di periferizzazione per l’Unione Europea esiste realmente, che non è possibile continuare a nasconderlo indefinitamente dietro ai media, e che non si può contare in eterno su una centralità “naturale” dell’UE nel mondo, riconosciuta quasi per diritto divino dagli altri attori internazionali. Non è proprio il caso di indulgere ad atteggiamenti auto-consolatori del tipo “siamo comunque un grande mercato, nessuno può ignorarci”, perché senza una “grande strategia” di ampio respiro il continente è inevitabilmente condannato ad impoverirsi.

https://www.affarinternazionali.it/2021/03/la-global-britain-nello-scenario-internazionale/
https://en.wikipedia.org/wiki/Five_Power_Defence_Arrangements
https://formiche.net/2021/09/aukus-regno-unito/
https://issuu.com/rivista.militare1/docs/5rm-2016/28
https://thediplomat.com/2021/01/global-britain-the-uk-in-the-indo-pacific/