Pubblicità degli Avvocati

La pubblicità informativa dei professionisti: cosa prevede in via generale il “decreto Bersani”

Il “portfolio clienti” di un professionista – e quindi anche quelli di un avvocato – dovrebbero rappresentare, in effetti, il suo miglior “biglietto da visita”, soprattutto quando sono importanti e prestigiosi.

Ma cosa prevedono le norme vigenti in materia?

Il decreto  legge  4 luglio 2006, n. 223 – altrimenti noto come “decreto Bersani” –  ha espressamente disposto  l’abrogazione delle disposizioni legislative e regolamentari che prevedono il divieto, anche parziale, di svolgere pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto nonché il prezzo e i costi complessivi delle prestazioni. Lo stesso decreto Bersani non prevede alcuna espressa eccezione per la professione forense: nessun problema, quindi, per la pubblicità del nostro avvocato?

Niente affatto!

“Fatta la legge, trovato … il giudice”, verrebbe da dire, scherzosamente,  con un gioco di parole, parafrasando un antico proverbio popolare …

La pubblicità informativa degli avvocati “circa le caratteristiche del servizio offerto”: l’interpretazione restrittiva della Cassazione

Su questa materia si è infatti recentemente pronunciata la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 9861, pubblicata il 19 aprile 2017, dopo che il Consiglio Nazionale Forense (C.N.F.) aveva confermato la sanzione disciplinare dell’avvertimento già irrogata dal competente Consiglio dell’Ordine ad alcuni avvocati  «…per avere riportato nel sito internet del proprio studio – col loro consenso – l’elenco dei principali clienti assistiti in via continuativa e dei principali clienti assistiti per progetti specifici…».

Secondo la Suprema Corte, il decreto Bersani andrebbe interpretato restrittivamente – ovvero, qualsiasi pubblicazione dell’elenco dei  nominativi dei clienti consenzienti sarebbe vietata perché non rientrerebbe nell’ambito della «pubblicità informativa circa le caratteristiche del servizio offerto» consentita ad un avvocato.

Per la Suprema Corte, questa interpretazione restrittiva sarebbe l’unica compatibile «…con le peculiari caratteristiche dell’attività libero-professionale considerata, essendo in proposito da evidenziare che l’attività forense risulta disciplinata da una complessa normativa, anche processuale, ed è indubbiamente nell’ambito più generale di tale normativa complessivamente considerata che vanno inserite ed interpretate le disposizioni in materia di pubblicità informativa con riguardo alla professione forense…».

Certamente, anche per la Corte «…l’attività dell’avvocato, in quanto attività libero-professionale, non è sottratta al principio della ammissibilità della pubblicità informativa “circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto nonché il prezzo e i costi complessivi delle prestazioni…”»;  tuttavia, si deve anche tener conto che «…l‘ambito in concreto di tale principio va considerato e declinato alla luce delle peculiarità della suddetta attività, non essendo l’avvocato solo un libero professionista ma anche il necessario “partecipe” dell’esercizio diffuso della funzione giurisdizionale, se è vero che nessun processo (salvo i processi civili di limitatissimo valore economico) può essere celebrato senza l’intervento di un avvocato…».

In particolare, secondo la Corte, «...la forte valenza pubblicistica dell’attività forense spiega perché il rapporto tra il professionista ed il cliente (attuale o potenziale) rimanga in buona parte scarsamente influenzabile dalla volontà e dalle considerazioni personali (o dalle valutazioni economiche) degli stessi protagonisti e come possa pertanto non risultare dirimente – nel senso di escludere il relativo divieto – il consenso prestato dai clienti del medesimo avvocato alla diffusione dei propri nominativi a fini pubblicitari…».

Detto altrimenti, «…Il rapporto tra cliente e avvocato non è infatti soltanto un rapporto privato di carattere libero-professionale e non può perciò essere ricondotto puramente e semplicemente ad una logica di mercato, basti pensare che il legislatore processuale non ritiene “determinanti” le manifestazioni di volontà espresse dalle stesse parti neppure per quanto riguarda l’inizio o la cessazione del rapporto medesimo: nel processo penale è “imposto” all’imputato che non ne sia provvisto un avvocato d’ufficio, il quale, dal canto suo, salvo che non abbia valide ragioni per rifiutare, ha l’obbligo di accettare l’incarico; nel processo civile né la revoca né la rinuncia privano di per sé il difensore della capacità di compiere o ricevere atti, atteso che i poteri attribuiti al procuratore “alle liti” non sono quelli che liberamente determina chi
conferisce la procura, ma sono attribuiti dalla legge al professionista che la parte si limita a designare, a differenza di quanto accade in relazione alla procura al compimento di atti di diritto sostanziale, per la quale è previsto che chi ha conferito i relativi poteri può revocarli – e chi li ha ricevuti, dismetterli- con efficacia immediata (v. tra le altre cass. nn. 17649 del 2010 e 11504 del 2016)…».

Insomma, per la Corte, «…E’ proprio la stretta connessione tra l’attività libero-professionale dell’avvocato e l’esercizio della giurisdizione che impone dunque maggiore cautela in materia, non potendo tra l’altro ignorarsi che la pubblicità circa i nominativi dei clienti degli avvocati (in uno con la pubblicità informativa circa le specializzazioni professionali e le caratteristiche del servizio offerto dal legale) potrebbe finire di fatto per riguardare non solo i nominativi dei clienti del medesimo ma anche l’attività processuale svolta in loro difesa, quindi, indirettamente, uno o più processi, che potrebbero essere ancora in corso e, tra l’altro, in alcuni casi persino subire indirette interferenze da tale forma di pubblicità (si pensi, per esempio, a processi per partecipazione ad associazioni di tipo mafioso, in cui il cliente potrebbe autorizzare la diffusione del proprio nominativo non tanto per fare pubblicità al proprio legale quanto per lanciare messaggi ad eventuali complici circa la linea difensiva da seguire o il difensore da scegliere)…».

E questo per il Giudice non contrasterebbe «… con la prevista “pubblicità” del processo e della sentenza, posto che quando si parla di “pubblicità” del dibattimento o della sentenza si intende che né il processo né la sentenza sono segreti ed è prevista quindi la possibilità di venirne a conoscenza (sia pure, talora, con particolari modalità e/o entro precisi limiti), mentre tutt’affatto diverso è ovviamente il significato del termine “pubblicità” quando viene usato per identificare la propaganda diretta ad ottenere dalla collettività la preferenza nei confronti di un prodotto o di un servizio…».

La nostra opinione

Con tutto il dovuto rispetto per la Suprema Corte, Scriba Manet non vuole rinunciare ad esprimere, anche in questa occasione, la propria motivata opinione, pur se diversa dalla tesi sostenuta dalla Corte nella sentenza citata.

Scriba Manet sommessamente ritiene che l’interpretazione della Suprema Corte sia troppo restrittiva e che la valenza pubblicistica della professione forense, evidenziata dalla Corte, non possa ragionevolmente rappresentare sempre e comunque un impedimento alla forma di pubblicità informativa in questione.

Ad avviso di Scriba Manet, dovrebbe ritenersi consentita agli avvocati  la pubblicazione – anche sul sito internet dello studio – dei nominativi dei clienti consenzienti, qualora gli incarichi conferiti da questi ultimi avessero per oggetto, ad esempio, solo lo svolgimento di attività stragiudiziali (consulenze, pareri, ecc.), oppure il compimento di atti difensivi nell’ambito di processi penali non più in corso, ecc. – ovvero, ogniqualvolta fosse del tutto assente o irrilevante o non più attuale proprio quella stretta connessione tra l’attività libero-professionale dell’avvocato e l’esercizio della giurisdizione di cui parla la Suprema Corte.

E’ evidente, infatti, che in questi casi sarebbe irragionevole pretendere che l’avvocato non potesse comunque avvalersi di una modalità di pubblicità informativa potenzialmente assai efficace.

Chissà che la Cassazione, res melius perpensa,  non cambi idea …