cortocircuito
(public domain via WikiCommons)

Ho parlato in questa mia rubrica di “cortocircuito” storico intendendo l’attuale costume della “didattica per competenze” di accostare eventi storici anche lontani a situazioni del presente che si reputano degne di riflessione da parte degli studenti, ma con le quali nessuno storico serio direbbe che gli eventi storici di cui si parla hanno a che fare. L’uso in senso lato “politico” di tali accostamenti, mi dispiace dirlo, è palese.

In questo mio blog, ho sempre cercato di non parlare di politica. O meglio, di non parlare di politica spicciola, quella dei partiti e dei telegiornali che tanto appassiona la gente. Per due motivi: il primo, più banale, è perché la gente cerca sempre di incasellarti in un qualche partito politico massmediatico, e se non ci riesce, ti guarda stupita e confusa. «Ma allora stai con Salvini? Ma allora stai con la Meloni? Ma allora stai con Berlusconi? Ma allora stai con Grillo? Ma allora non dirmi che stai con Marco Rizzo? Certamente non sei piddino… Ma allora con chi … stai?».

Come se sia obbligatorio “stare con” qualcuno. Cioè come se uno non potesse avere la possibilità di leggere, meditare, e farsi un’opinione veramente sua di ciò che gli succede attorno, non a livello spicciolo, brunovespistico, ma a livello economico, sociale e storico.

Il secondo, più profondo, è che in questi tempi di post-democrazia le decisioni vere vengono prese in altri luoghi rispetto al Parlamento, e qualsiasi partito, di qualsiasi orientamento sia, è perfettamente consapevole del fatto che non potrà mai andare veramente contro le strutture socio-economiche e geo-politiche che caratterizzano il mondo e il tempo in cui stiamo vivendo. Lo potrà fare solo su quella piazza dei comizi post-moderna che è Twitter, in attesa dei risultati delle elezioni. Sono le dinamiche storiche di lungo termine che contano; in quanto al resto, un qualsiasi professionista di comunicazione, se fosse sincero (ma ne andrebbe del suo lavoro), vi direbbe come funziona il mondo della c.d. “informazione”, che sia “verificabile” (dove?) o che sia “fake” non cambia molto.

Però stavolta, un’affermazione trovata in un libro di testo per le quinte, mi ha fatto veramente riflettere. Già dovrebbe far riflettere il fatto che ci sono più bandiere europee nei licei oggi che fasci littori negli stessi licei novant’anni fa. L’affermazione mi ha colpito non tanto per quello che dice esplicitamente, quanto per quello che insinua tra le righe.

L’autore del libro in questione – peraltro, sia detto per amor di verità, più che valido quando non si mette a fare “compiti di realtà” – parla del movimento nazionalista italiano di fine secolo e poi, in un riquadro intitolato “Collegare ieri e oggi”, scrive: «Negli ultimi anni in Europa si sono molto rafforzati i partiti nazionalisti ed euroscettici [grassetto suo], che mettono in discussione il valore dell’identità comune europea e delle istituzioni della Ue [grassetto mio] in nome dell’appartenenza nazionale».

Che Enrico Corradini e Luigi Federzoni siano equipollenti agli attuali Matteo Salvini e Giorgia Meloni è una tesi storiografica che l’autore del libro ha voluto liberamente proporre. Ma non è questo che a me interessa. Non mi interessa nemmeno il fatto che l’autore dovrebbe dimostrare l’effettiva esistenza di una “identità comune europea” che molto probabilmente ci sarà già per i fortunati (perché pochi di loro si sono fatti da sé) che per lavoro prendono l’aereo tutti i giorni e ormai parlano più inglese che italiano – ma non certo per la gente comune.

A me interessa la parola “valore“. Quando tu utilizzi la parola “valore”, cambi piano semantico, dal politico vai al morale.

Quindi per detto autore è immorale mettere in discussione la c.d. “identità comune europea”. Ergo, chiunque sia scettico nei riguardi dell’integrazione europea, per suoi motivi più o meno validi, va contro l’etica del convivere civile.

Ma non solo: «e delle istituzioni della Ue»: per l’autore di fatto è immorale, cioè va contro l’etica del convivere civile, anche chi pur accettando l’idea che una qualche forma di integrazione europea sia auspicabile, come effettivamente è, si limita a criticare la forma storica concreta che detta integrazione ha assunto. Quasi che l’Ue sia un’entità metafisica, perfetta in se stessa, il migliore dei modi possibili, anzi l’unico possibile, di pensare la pacifica convivenza e il profittevole interscambio tra le nazioni (perché tali sono, da che ne so un olandese non è uno spagnolo) di un continente che di guerre ne ha viste anche troppe.

Purtroppo l’argomento “Unione Europea” ormai obbliga chi non è conforme alla vulgata europeista ad una sorta di autocensura. L’autocensura che uno si deve autoimporre per convenienza sul posto di lavoro, o per mantenere legami d’amicizia, o per stare dentro il gruppo Facebook. Per capirsi, l’autocensura che uno deve fare per sopravvivere insieme all’amico piddino che ha fideisticamente interiorizzato l’ubiquo sillogismo per cui «se critichi Santa Madre Europa, ergo stai con Salvini (?!?!?!?!?), ergo sei fascista, ergo ho il diritto/dovere politico, morale e civico di contraddirti anche se dici che il cielo è azzurro e l’asfalto è grigio».

E questo non è affatto una bella cosa.