Pink Floyd Earls Court
Pink Floyd, Earls Court 1973

Tempo, storia e musica

Sant’Agostino diceva del tempo che se non me lo chiedi, lo so; se me lo chiedi, non lo so più. Per il “progressive” forse è un po’ la stessa cosa.
Ci sono le sfumature generazionali: un trentacinquenne o giù di lì probabilmente direbbe “Opeth” o “Dream Theater”, un sessantenne sparerebbe subito grossi calibri come “Yes” e “Van Der Graaf Generator”.
Ci sono le sfumature geografiche: io mi sono fatto l’idea che per un americano “progressive” = “Rush”. Un europeo direbbe “Genesis” e “Emerson Lake & Palmer”, se è un po’ più raffinato musicalmente probabilmente citerebbe la c.d. “Canterbury Scene”.

Forse più che “studi di genere” bisognerebbe suddividere per “archi storici”, diciamo così. Ad esempio, è difficile non accorgersi che anni come il 1955, il 1963, il 1967, il 1977 non abbiano rappresentato delle cesure importanti nella storia del rock. Nelle mie ricerche discografiche, mi sono trovato naturalmente ad impostare come arco temporale gli anni tra il 1967 e il 1977. È solo una proposta per uscire dalle secche delle definizioni linneane a mezzo di idealtipi weberiani basate su considerazioni tecniche di tempo, melodia, armonia, timbro degli strumenti ecc. che finiscono per differire non solo tra gli album di uno stesso gruppo musicale, ma perfino tra brani dello stesso album.

Progressive rock

Proviamo a fare assieme una ricerchina in una fonte “banale” come en.wikipedia. Cerchiamo “progressive rock” e troviamo questa prima definizione: «Progressive rock (shortened as prog; sometimes called art rock, classical rock or symphonic rock) is a broad genre of rock music that developed in the United Kingdom and United States throughout the mid- to late 1960s». Qui abbiamo già 1) un link ad un’altra definizione, “art rock”, e 2) un riferimento temporale, tradotto in italiano «tra la metà e la fine degli anni Sessanta».

Art rock

Andiamo in cerca della definizione di “art rock”. La pagina corrispondente riporta: «Art rock is a subgenre of rock music that generally reflects a challenging or avant-garde approach to rock, or which makes use of modernist, experimental, or unconventional elements. Art rock aspires to elevate rock from entertainment to an artistic statement, opting for a more experimental and conceptual outlook on music. Influences may be drawn from genres such as experimental rock, avant-garde music, classical music, and jazz». La definizione continua: «Its music was created with the intention of listening and contemplation rather than for dancing». Qui troviamo tre concetti cardine: 1) si tratta di una musica che cerca di elevarsi da uno status di puro intrattenimento a uno di contemplazione artistica; 2) non si tratta più di musica da ballare come ancora era il “beat” dei primi anni Sessanta (mi viene in mente il nostrano “Piper”, che non era un club ma una discoteca); 3) l’elevazione artistica viene cercata tramite la contaminazione con altri generi considerati più “colti”, come la musica classica, la musica contemporanea e il jazz (ma ci furono anche le contaminazioni con il folk anglosassone e con la musica etnica, in particolare quella indiana). Il rock “colto” quindi si caratterizzò fin dall’inizio come un essere “onnivoro” che cercava “contaminazioni” per elevarsi ad un livello superiore.

La dicotomia tra “musica da ascoltare” e “musica da ballare” è fondamentale e merita di essere approfondita. La musica dei neri d’america, dal R&B al soul alla disco-dance che dal soul derivò negli anni Settanta, rimase sempre una musica da ballare. Negli Stati Uniti, la musica “da ascoltare” sembra essere stata più una questione “bianca” che “nera”. Il passaggio tra ballo e ascolto mi sembra collocabile nel 1967, con l’avvento della c.d. “psichedelia” che non può essere una categoria linneano-weberiana, ma una categoria storica. Nel momento in cui la musica diventava un ingrediente del “trip”, quindi doveva dare sensazioni sonore da consumare in stato catatonico e non motoriamente attivo, diventava naturalmente musica da ascoltare e non da ballare. Quando, nell’anno di grazia 1977, esplose a livello discografico la reazione al “progressive”, questa reazione si concretizzò in due filoni: il “punk”, che regrediva al livello basico del vecchio rock ‘n’ roll ma che rimaneva in fondo musica da ascoltare, e la “disco-music”, che invece portava a compimento la regressione tornando ad essere musica da ballare.

Continuiamo con la prima voce, “progressive rock”. «Initially termed “progressive pop“, the style was an outgrowth of psychedelic bands who abandoned standard pop traditions in favour of instrumentation and compositional techniques more frequently associated with jazz, folk, or classical music. Additional elements contributed to its “progressive” label: lyrics were more poetic, technology was harnessed for new sounds, music approached the condition of “art”, and the studio, rather than the stage, became the focus of musical activity, which often involved creating music for listening rather than dancing».

Al di là della riproposizione di concetti di cui abbiamo già detto, come la caratteristica di musica da ascoltare invece che da ballare, e la contaminazione con altre tradizioni musicali, troviamo la nuova voce “progressive pop”. Prima di vederla, notiamo che “initially”, quindi mentre il fenomeno si stava sviluppando, la definizione che veniva applicata a detto fenomeno rientrava nell’ambito del c.d. “pop”, mentre invece oggi si tende a parlare di un “progressive” che attraverso la semplificazione del proprio linguaggio avrebbe portato negli anni Ottanta ad una corrente “pop” con la trasfigurazione di gruppi quali Genesis e Yes. L’esempio più palese di questo “pop” diciamo “post-progressive” può essere forse il “supergruppo” degli Asia, composto da mostri sacri del progressive anni ‘70, ma la cui musica di “progressive” non aveva nemmeno un lontano odore.

Progressive pop

Non era forse quindi del tutto sbagliato l’aneddoto fittizio che avevo scritto e poi tolto nel mio precedente articolo, per cui se avessimo chiesto a un negoziante di dischi della Londra dei primissimi anni Settanta dove teneva il “progressive”, probabilmente non ci avrebbe capito, ma se gli avessimo detto dove teneva il “pop”, avrebbe capito subito.

Andiamo quindi a vedere “progressive pop”. «Progressive pop is pop music that attempts to break with the genre’s standard formula, or an offshoot of the progressive rock genre that was commonly heard on AM radio in the 1970s and 1980s. It was originally termed for the early progressive rock of the 1960s. Some stylistic features of progressive pop include changes in key and rhythm, experiments with larger forms, and unexpected, disruptive, or ironic treatments of past conventions». Torna quindi la nota storica per cui ai suoi inizi il “progressive” veniva definito come “pop”, e che perciò nel corso dello sviluppo storico della critica musicale i concetti di “genere” che oggi spesso diamo per scontati hanno avuto invece un’evoluzione storica.

Proto-prog

Ci troviamo di fronte ad un nuovo richiamo, “early progressive rock of the 1960s”. Clicchiamo e troviamo la voce “proto-prog”. Che cos’è questa nuova definizione? «Proto-prog (short for proto-progressive) is the earliest work associated with the first wave of progressive rock music, known then as “progressive pop”. Such musicians were influenced by modern classical and other genres usually outside of traditional rock influences. They often employed longer and more complicated compositions, interconnected songs as medley, and studio composition. Some of the artists that were essential to the development of progressive rock, rather than just anticipating the movement, include the Beatles, the Beach Boys, the Doors, The Mothers of Invention, the Pretty Things, the Zombies, the Byrds, the Grateful Dead, and Pink Floyd». A parte il riferimento circolare al “progressive pop”, notiamo come questa nuova definizione non dica altro che quello che ogni appassionato di questa musica sa, cioè che la grande stagione del “progressive”, iniziata iconicamente con l’album di debutto dei King Crimson, è stata “preparata” dalla musica dei due anni precedenti, a partire da quell’album di “svolta” che fu Sgt. Pepper’s dei Beatles, ma anche da altri nomi quali i primissimi Pink Floyd, la “psichedelia” californiana, In A White Shade Of Pale dei Procol Harum e altri ancora.

Alla fine si capisce il “razionale” della scelta “storica” empirica delle mie ricerche discografiche: gli album che si collocano tra l’avvento del “proto-prog” (1967) e l’Armageddon disco-punk (1977).