Deep Purple 2013
I Deep Purple al Wacken Opem Air nel 2013 (CC BY-SA 3.0 Jonas Rogowski via WikiCommons)

Questo articolo sulla critica musicale rock mi è stato ispirato, ma guarda caso, dalle interminabili guerre di religione nei gruppi Facebook.

È convinzione largamente comune che il periodo d’oro del “rock”, quello che diede definitivamente le coordinate di questo genere musicale – tanto che tutto ciò che è venuto dopo, al di là delle pretese delle generazioni successive, ha un cocciuto odore di “deja vü” – sia, a tenersi larghi, quel decennio che inizia nel 1966 con Revolver e Pet Sounds e finisce nel 1976 con Wind and Wuthering dei Genesis. Per il “rockettaro classico”, chiamiamolo così, cultore di quel decennio, il 1977 è l’anno dell’Apocalisse disco-punk-metal: dopo questa data non ha più senso non solo parlare di rock, ma di musica tout court. Se per il “rockettaro classico” il 1977 è il “big rip” cosmico, ovviamente non è mai esistita una roba chiamata “heavy metal”, e Black Sabbath, Deep Purple, Led Zeppelin, Uriah Heep & C. sono puramente e semplicemente “hard rock”.

Sto esagerando facendo un discorso ironico, forse anche ideologico, ma alla fine per un cinquantenne che come me ha vissuto certi iati storici, il discorso in sostanza è questo. Chi scrive ha fatto in tempo a vivere in presa diretta il grande spartiacque musicale tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Io avevo parenti ed amici tutti più grandi di me: mi fecero ascoltare i Pink Floyd di Atom Heart Mother, The Dark Side of the Moon e Wish You Were Here, i Genesis di Nursery Crime e Selling England by the Pound, Neil Young, Lucio Battisti e Jimi Hendrix. Al liceo, i miei compagni di scuola erano invece tutti dall’altra parte della barricata: chi ascoltava Motörhead e Iron Maiden, chi ascoltava Sex Pistols e Dead Kennedys, chi ascoltava Jam e Clash, qualche raro “fattone” ascoltava Bob Marley, senza naturalmente dimenticare la gran massa dei “paninari” vestiti Armani che andavano a “cuccare” in discoteca, assieme ai loro cugini “new romantic” con i loro cloni dei Roxy Music, vale a dire Duran Duran e Spandau Ballet.

I miei gusti si formarono in contrapposizione con tutta questa gente, con il risultato di rendermi un “purista” al massimo grado. Guarda caso, i dischi che mi compravo o che registravo erano inevitabilmente tutti precedenti al 1975, con l’unica significativa eccezione di jazz-rock e fusion. Solo in apparenza stranamente, sono più tollerante oggi, che mi diverto con i Motörhead e i Bee Gees, che allora. Quando i tuoi gusti sono formati, ti puoi permettere anche qualche viaggio in terra straniera. Che poi, è logico, una cosa è parlare dell’apocalisse del 1977 tre-quattro anni dopo, una cosa è parlarne dopo quarant’anni: a parte il fatto che diverse cose che consideravo spazzatura negli anni Ottanta sono diventate a posteriori delle gemme se paragonate a quello che è venuto poi nella musica “mainstream”, comunque qualcosa di buono da ascoltare in tutto questo tempo c’è stato… per quanto odori di “deja vü”.

La croce e delizia della critica musicale rock, sia fatta dal professionista o dal semplice appassionato, è la definizione dei “generi” musicali. Qui si entra in un discorso molto filosofico. La critica musicale, come qualsiasi altra forma di critica d’arte, può essere presa sotto due punti di vista alternativi: quello “strutturalista” e quello “storicista”. L’approccio strutturalista può essere definito anche “idealtipico-platonico”: si definisce una “idea” di “genere musicale” attraverso una serie di “categorie” (ritmo, strumenti, ecc.) e si vede se un musicista o gruppo musicale vi si adatta o meno, e conseguentemente si dice che quel musicista o gruppo musicale appartiene a quel genere musicale. Si tratta di un approccio molto “professionale”, ma che ha i suoi – gravi – inconvenienti.

Il primo e più importante è che la definizione idealtipica del genere musicale, per quanto raffinata, risente sempre del momento storico in cui è stata fatta. Un conto è parlare di un gruppo musicale “a caldo”, nel momento in cui sta producendo, un conto è parlarne dopo cinquant’anni: la prospettiva è inevitabilmente, e completamente, diversa. La stessa definizione del genere musicale cambia. Faccio due esempi personali che ritengo significativi.

Il primo: nei primi anni Ottanta il termine “progressive”, oggi ubiquo, non esisteva; la prima definizione con cui ho sentito parlare di Yes, Genesis e compagnia è stato “rock barocco”. Anzi, si parlava di “pop” intendendo proprio ciò che poi sarà definito “progressive”; oggi invece per “pop” si intende la musica “easy listening” che ha preso piede a partire dai primi anni Ottanta. Personalmente, uso il termine “progressive”, che è di molto posteriore ai fatti, solamente perché è il meno peggio, ma non lo amo affatto.

Il secondo: i Black Sabbath, oggi considerati da tutti “compiutamente metal”, ai tempi erano semplicemente “hard rock”, alla stessa stregua di Led Zeppelin e Deep Purple. Tutta quella che viene definita oggi da tutti “prima generazione” heavy metal non era altro che il vecchio “hard rock”, ed è solo con la cosiddetta “NWOBHM” degli inizi degli anni Ottanta che si ha piena e incontestabile consapevolezza di aver a che fare con due generi musicali distinti. Il fatto è che la nascita dell’heavy metal dalla costola dell’hard rock è stato un processo graduale che non ha avuto in sostanza soluzione di continuità. Non è insomma un fulmine a ciel sereno come il punk la cui discendenza dagli Who o dagli MC5 o dai New York Dolls o da chi per loro è abbastanza opinabile. Questo lo si capisce, a parer mio, ascoltando i dischi dei Judas Priest da Rocka Rolla a British Steel: in pratica è ascoltare il passaggio negli UK dall’hard rock all’heavy metal. Rocka Rolla è tutto fuorché “compiutamente metal”: è invece del tutto paragonabile all’hard rock del periodo, ed è “heavy metal” solo perché i Judas Priest sono considerati universalmente una band heavy metal. British Steel invece è heavy metal a tutti gli effetti. I Motörhead sono talmente un cocktail che non si è trovato di meglio che definirli con la stramba etichetta di “hard & heavy”. P.S.: con l’occasione, mi pare di aver spiegato in modo esauriente il perché continuo e continuerò sempre a considerare “compiutamente metal” solo ciò che va da Iron Maiden Saxon Venom & C. in poi, checché mi dicano tutti quanti.

Jimmy Page
Jimmy Page alla Musikhalle Hamburg nel marzo 1973 (CC BY-NC-SA 2.0 Heinrich Klaffs via Flickr)

Non so quanto l’approccio “idealtipico-platonico” sia produttivo. Secondo me, produce solo interminabili cagnare sui gruppi Facebook se il tale o talaltro gruppo “è prog” o “non è prog”. Con delle variazioni sul tema alquanto pittoresche, come chi ha profferito che i King Crimson “non sono prog”, confermando in pieno la banalotta equazione “mainstream” secondo cui prog = Genesis + Emerson Lake & Palmer. In effetti, se prog = Genesis + Emerson Lake & Palmer, i King Crimson “sono prog” solamente nei loro primi tre LP, mentre invece la trilogia Lark’sStarlessRed “non è prog”. I Pink Floyd “non sono prog” (ma allora, il secondo disco di Ummagumma e Atom Heart Mother?). In compenso i Rush “sono prog” all’unanimità, mai capito il perché (forse perché in America vige l’equazione prog = Kansas + Rush, vedi la bislacca classifica dei migliori dischi “prog” di Rolling Stone). I Soft Machine ovviamente “non sono prog”. Gli Uriah Heep per qualcuno invece sono “prog purissimo”… E lasciamo stare le cagnare sui Jethro Tull. O quelle sull’esistenza o meno del c.d. “proto-prog”. Tolti i saluti e il “è prog o non è prog”, praticamente tutti i gruppi Facebook di “prog” chiuderebbero in pochi secondi.

A questo punto, due considerazioni sulla critica musicale rock (si è capito che questa è la keyword del post).

Prima di tutto, non è corretto categorizzare un musicista o gruppo rispetto a quello che è venuto dopo: esso deve essere considerato in rapporto a quello che era l’ambiente storico-musicale in cui era situato. I Black Sabbath vanno paragonati agli High Tide o agli UFO, non agli Slipknot o ai Marduk. Questa critica è soprattutto per chi, dopo qualche decennio, trovandosi per le mani una roba ormai chiamata “heavy metal”, ha voluto cercarne i quarti di nobiltà risalendo non solo ovviamente ai Black Sabbath, ma ancora più indietro fino ai Blue Cheer (che di “metal” non so proprio cosa abbiano, essendo un classico “power trio” dell’epoca), ai Beatles di Helter Skelter e financo ai Kinks di You really got me (sic!). Si può dire che i metallari si sono ispirati ai Black Sabbath, non che i Black Sabbath sono metallari perché i metallari che sono venuti dopo si sono ispirati a loro. Non so se riesco a far capire la contraddizione: non si può spiegare la causa partendo dall’effetto, bisogna spiegare l’effetto partendo dalla causa. Insomma, non si può appioppare un’etichetta “a posteriori”: è un anacronismo bello e buono. Anche parlare di “pre-metal” o “proto-metal” così come si dice che Vittorio Alfieri era “pre-romantico” è un’operazione alquanto ambigua.

In secondo luogo, non è raro che, a seconda anche delle mode del momento, i musicisti e i gruppi cambino genere. Quei veri fossili viventi che sono i Rolling Stones sono passati durante la loro carriera dal beat, alla psichedelia, al rock-blues, al disco-pop, all’autocitazione. Inoltre, molti musicisti di valore non si lasciano ingabbiare in un genere musicale una volta per tutte. Basta pensare a Frank Zappa o a Robert Fripp, o anche perché no a David Bowie. Senza parlare delle contaminazioni: nei primissimi anni Settanta quasi tutti i gruppi “hard” avevano contaminazioni “progressive”, basti pensare agli Uriah Heep di Salisbury.

Headbangers. I “metallari” hanno sviluppato tutta una loro sottocultura totalmente altra rispetto a quella del rock più “classico” (Headbangers al Club Omega di Johannesburg, 2002. Foto donata in public domain da DarkLight Nocturnal Entertainment).

Insomma, secondo me farsi troppe masturbazioni mentali per definire platonicamente in cosa consista la “progressività”, o la “metallicità”, o la “fusionicità”, lascia abbondantemente il tempo che trova. Nella musica classica, il genio musicale per definizione non si lascia ingabbiare in generi preconfezionati, ma espande la sua creatività oltre le etichette. Alla fine il genio musicale prende il materiale sonoro che trova nella sua epoca – e per questo Beethoven viene dopo Mozart che viene dopo Bach – ma la “scaglia”, se così si può dire, oltre il proprio tempo, facendo così progredire la sua arte. I compositori classici maturavano nel tempo, tanto che i loro capolavori erano in genere prodotti della loro maturità.

Se questo è vero anche per i musicisti jazz, basti pensare all’incredibile carriera di Miles Davis, non lo è affatto per i musicisti rock. La tipica carriera del musicista rock è del tutto diversa: poco più che adolescente si trova a suonare in una “band” che dopo un brevissimo periodo di gavetta raggiunge (si spera) la notorietà quando lui è circa sulla ventina. La “band” in genere spara tutte le proprie cartucce creative nei primi tre-quattro LP e poi non ha più nulla da dire, continuando a ripetere una formula ormai collaudata ad uso e consumo dei fans. Se non schiatta a 27 anni, dopo un po’ il musicista, se ritiene che la “band” vivesse del suo talento, la lascia per tentare la carriera solista, cosa che può riuscirgli o meno. Alla fine, l’immancabile “reunion” quando verso la sessantina il conto in banca piange.

Questo cliché è abbastanza frequente, con l’aggravante per i gruppi storici dell’Armageddon del 1977 con successiva virata obbligata verso l’easy listening pena la disoccupazione. I celebratissimi Genesis vanno avanti con la stessa formula per ben sei anni, da Trespass a Wind and Wuthering, e poi virano sul commerciale con grande successo. Gli Emerson Lake & Palmer danno tutto nei loro primi cinque LP, poi avrebbero potuto benissimo sciogliersi senza che nessuno ne sentisse la mancanza. Gli Yes sviluppano il loro “sound” con la celeberrima trilogia Fragile / The Yes Album / Close to the Edge, ma poi il resto è fotocopia fino a 90125, uno dei successoni del pop anni Ottanta. I Gentle Giant, splendido gruppo “progressive” per me superiore ai celebratissimi Genesis, dopo la dipartita di Phil Shulman non ritrovano più lo smalto primordiale e… “progressivamente” si dileguano, non riuscendo come Genesis o Yes a fare il “salto pop”.

Da un punto di vista di critica musicale rock “storica”, si tratta di capire per quale felice congiunzione astrale in quel periodo storico il comune sentire del pubblico e il mestiere dei musicisti siano entrati in risonanza al punto da costringere un’industria così reazionaria come quella discografica a mettere la creatività al potere. Si può considerare il bicchiere mezzo vuoto, pensando che dieci anni sono stati pochi. Si può considerare il bicchiere mezzo pieno, pensando che comunque quel decennio ci ha regalato almeno un migliaio di veri e propri gioielli che, sono sicuro, troveranno ascoltatori anche nei prossimi decenni a venire.