Ho comprato l’ultimo libro di Carlo Pasceri della collana “Dischi da Leggere”, dedicato ai Soft Machine. Nella mia personale classifica, Nucleus, Jimi Hendrix, Soft Machine e Frank Zappa occupano i primissimi posti, per cui ero molto curioso. L’ho letto tutto d’un fiato. La prima impressione che ho avuto è che l’autore conosce molto bene ciò di cui sta parlando. La seconda impressione è stata che il libro mi è piaciuto.

Pasceri ha una cultura musicale notevole, è chitarrista professionista e le sue affermazioni sono sempre ben argomentate. Mi sento un po’ a disagio a dare un parere su ciò che scrive, perché ho dalla mia parte solo un’esperienza del tutto amatoriale e cinica (nel senso che suonavo come un cane) come chitarrista e sassofonista baritonista, e trent’anni di amorevoli ascolti. Comunque, come ho detto altre volte, portare alle estreme conseguenze il principio d’autorità porta chi “sta sotto” all’afasia, stroncando il libero diritto di ciascuno ad esprimersi. Ubi maior minor non cessat.

Pasceri, in diretta polemica con certa critica giornalistica tutta aneddoti e note di colore, ha assunto un deciso approccio “strutturalista”, basato su una rigorosa analisi dei brani. Io sono piuttosto uno “storicista”, nel senso che considero prima di tutto il percorso umano e creativo dei vari musicisti, e cosa dicevano di loro stessi e della loro musica, cercando soprattutto di contestualizzarli. L’approfondimento del lato tecnico-strutturale è fondamentale, nel senso letterale del termine, perché altrimenti tutto il costrutto critico non si regge in piedi. Ma finita la parte dell’ingegnere edile, si entra nel campo di lavoro dell’architetto: per quanto preparati si possa essere, alla fine la critica arriva sempre ad una considerazione di gusto estetico, con le due frasette fatidiche “mi piace” e “non mi piace”. Il cuore della musica è il godimento estetico ed emotivo che essa dà; un brano costruito sopra una banalissima pentatonica può dare più emozioni ed avere più senso di un brano atonale sofisticatissimo ma senz’anima. Il riff di 21th Century Schizoid Man può anche non essere tutto questo capolavoro di ricerca melodica, ma è però terribilmente efficace e “bello”.

Con Pasceri sono spesso d’accordo, altre volte no. La mia formazione musicale si basa sulla tradizione critica orale della mia generazione, che d’altra parte è la generazione di Pasceri. Quella tradizione costruita attraverso il passaparola degli appassionati e le dritte dei maestrini di chitarra senza alcuna formazione accademica. Questa tradizione critica per esempio considerava i Sabbath “hard rock”, mentre “heavy metal” erano le schifezze che ascoltavano i ragazzini; i “veri” Led Zeppelin erano quelli dei primi quattro album; “TDSOTM” e “WYWH” erano dischi bellissimi, ma il vero “floydiano” godeva soprattutto dei dischi cosiddetti “sperimentali”, quelli da The Piper a Meddle; Il “Canterbury” era un sottogenere del progressive. E quant’altro.

Il libro comunque mi è piaciuto. Il suo più grande pregio, dal mio punto di vista, è quello di aver buttato alle ortiche la vulgata critica che vuole un Robert Wyatt “caldo ed umano” contrapposto ad un Mike Ratledge “freddo ed intellettualistico”, Moon in June unico vero capolavoro di Third, Holdsworth in Bundles “ipervirtuoso ma inespressivo”, e in generale i Soft Machine con la “svolta jazz” e l’uscita di Wyatt ineluttabilmente condannati alla parabola discendente di un jazz-rock “pregevole ma non essenziale”.

Purtroppo non posso qui fare un compendio delle particolareggiate analisi di Pasceri, anche perché non farei che scimmiottarlo pappagallescamente: meglio comprarsi il libro. Ma sono del tutto d’accordo sui giudizi complessivi che lui dà di alcuni dischi.

Per prima cosa, rileggendo il libro mi è tornata la voglia di riascoltare Volume Two, e l’ho trovato molto più strutturato e maturo di quello che ricordavo. In quanto a Third, finalmente qualcuno che non finisce per parlare solo di Moon in June, ma analizza tutte e quattro le suite come una proposta sonora unitaria. Unica cosa che mi permetto di notare è che parlando di Slightly all the Time Pasceri parla solo di “post hard bop” sorvolando sul fatto che il flauto di Jimmy Hastings è un seppur flebile legame con i Caravan, i quali riprenderanno il tema finale della suite per costruirvi sopra L’Auberge du Sanglier. In quanto a Fourth, è a tutti gli effetti un disco di jazz, “ricchissimo, sofisticato e fluido, originale ma non stravagante”: in una parola, “magnifico”. Finalmente una rivalutazione di questo bellissimo disco, che in genere si vede appioppare giudizi come questo: “le composizioni si inseriscono integralmente nell’area jazzistica, con esiti insoddisfacenti; in tutte prevale, con effetto di indubbia monotonia, il sax di Elton Dean”. Nel libro, di cui non cito l’autore, ho trovato “con esiti insoddisfacenti” cancellato da me a penna e sostituito con un secco “BALLE!”.  Certamente la critica non è una scienza esatta…

Con Fifth inizia il processo di “nucleusizzazione” dei Soft Machine, con Wyatt sostituito da John Marshall. Finisco comunque la carrellata con l’affermazione che mi è piaciuta più di tutte: Bundles “è stato ed è tutt’ora un disco sottovalutato”. Qui dico subito, e so di essere cattivo, che chi liquida il grande e compianto Allan Holdsworth come “noiosamente ipervirtuoso”, di chitarra non ne capisce nulla. Holdsworth non ha niente a che fare con gli shredders metallari degli anni Ottanta: la sua velocità non è uno sfoggio di bravura fine a se stesso, è un autentico stile.

Mi fermo qui perché il post sta diventando troppo lungo. Le mie riflessioni sul provocatorio capitoletto “Canterbury dove?” ad una prossima puntata.

Carlo Pasceri, Soft Machine 1968-1981, Dischi da Leggere vol. 11, ISBN: 978-1546657668. Il libro è disponibile in formato cartaceo; per ogni informazione sull’acquisto,  visitare la pagina Facebook

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PS. i post che sto facendo in questo periodo sono ripresi dal vecchio blog di musica www.bubbasavi.altervista.org. Questo fa eccezione, è stato scritto proprio il 2 giugno 2017.