Elea Velia - Teatro dell'Acropoli
Elea-Velia, Teatro dell'Acropoli (CC-SA 4.0 Lucamato via WikiCommons)

Quando ero all’università, a cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, gli studenti di filosofia che venivano da noi a fare gli esami di storia favoleggiavano di questo professore che affermava che il divenire era solo un’apparenza. A quei tempi, un filosofo che negava la storicità delle cose, la validità del messaggio cristiano e la capacità del metodo scientifico era per me un personaggio molto difficile da digerire.

Uno storico vede tutto in termini storico-sociali, anche i filosofi più teoretici. E’ la sua deformazione professionale. Severino mi è sempre apparso come il prototipo del filosofo italiano totalmente imbevuto di cultura umanistica, figlio legittimo dell’epoca di Croce e Gentile. In fondo, è stato una scheggia impazzita della metafisica cattolica imposta da Leone XIII con la Aeterni Patris del 1879. Ma il fatto di essersi trovato di fronte un mastino neotomista come Cornelio Fabro e solo il divenire storico che ha portato alla scomparsa del potere temporale dei papi lo ha salvato dal rogo, me lo ha reso più simpatico.

D’altra parte, gli storici sanno che il tempo è galantuomo; Severino si è ricongiunto all’eterna pienezza dell’Essere, qualsiasi cosa questo possa stare a significare, il 17 gennaio 2020. Un po’ ne ho nostalgia di fronte alla new wave di filosofi post-globalizzazione tutti “Made in USA”, il cui pragmatismo ed empirismo ingenui, applicati a problemi molto settoriali quali le neuroscienze o l’intelligenza artificiale, li rendono incapaci di guardare all’essere umano nella sua essenza profonda. Non è colpa loro, è che lo Spirito del Tempo dell’attuale turbocapitalismo, che vuole assurgere a unico Assoluto e porre le sue leggi come verità incontrovertibile, richiede questo tipo di filosofo incapace di vera critica.

La morte angoscia nonostante Parmenide, così come angoscia nonostante Dio. Il “rimedio” della verità incontrovertibile ci lascia sempre esseri umani. E il nostro essere umani cerca di porre tra parentesi il problema della morte (come il problema del dolore e del male). Mette tra parentesi anche la profondità della consapevolezza di essere “io” e non altro. Questo è necessario affinché noi possiamo vivere la nostra quotidianità e considerare con la massima serietà tutti i piccoli e grandi problemi che essa ci pone. Uno degli studenti di filosofia al tempo mi raccontò che Severino era un po’ combattuto tra la potenza della sua teoresi e il fatto di essere comunque un uomo normale che doveva farsi il caffé la mattina.

Severino mi inquieta perché tutto in lui è stringentemente necessario, e la necessità uccide la libertà del divenire storico. Non solo, ma l’eternità degli enti e quindi la “necessità” di cose come la Shoah o Hiroshima mi lascia molto perplesso. D’altra parte, si tratta di critiche che gli sono state fatte in pratica fin da subito. Severino è stato titanico nel suo essere filosofo “teoretico” nel senso più puro del termine: ha enucleato all’inizio del suo percorso un nucleo teorico e lo ha esplicitato con rigore ossessivo per tutta la sua vita, ribaltando sulla base di quello il mondo intero senza preoccuparsi di contraddire non solo il senso comune ma anche la filosofia prima di lui. Arrivando anche, come tutti i grandi filosofi, a dare nuovi significati a vecchie parole, tanto da essere incomprensibile se non attraverso una lettura molto lunga e attenta e perciò fuori dalla portata dei più, se non altro per questioni di tempo.

La lettura successiva è “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli. Sempre divenire e perciò sempre tempo, ma visto in una prospettiva totalmente altra. Non è un libro che mi sta entusiasmando molto, è evidente la volontà dell’autore di abbassare al massimo livello l’asticella dello sforzo di comprensione necessario al lettore, ma così facendo semplifica troppo un argomento che semplice non è. Se un argomento non è semplice, non può essere semplice la sua trattazione. Tra la banalità della letteratura di divulgazione e la cabala della letteratura specialistica, si crea una specie di “terra di nessuno” popolata da soggetti abbastanza evoluti da chiedere spiegazioni articolate ma (ovviamente, perché non è il loro mestiere) non in grado di affrontare il livello degli addetti ai lavori. Prendiamo ad esempio il dogma editoriale che nella letteratura divulgativa non devono apparire equazioni, se no il libro non vende. Ma un curioso evoluto ha già capito che le equazioni sono una sintesi eccelsa della materia che si va trattando, e che capire un’equazione vale più di leggere decine e decine di pagine discorsive.

Fare divulgazione in modo da essere comprensibile ma non banale è un’arte. Alla base di quest’arte, per me, deve esserci la consapevolezza appunto che se un argomento non è semplice, la sua trattazione non può essere semplice: alla fine, se realmente il lettore ha interesse ad approfondire l’argomento, è inevitabile che dovrà scontrarsi con la necessità di spaccarsi i denti per masticare i concetti. Nessun divulgatore può fargli la pappa pronta altamente digeribile, l’unico risultato che ottiene è una brodaglia senza sostanza e senza sapore. Se poi questa pappa è più vendibile nel supermarket dell’editoria di consumo, questo è un altro discorso. A questo proposito sento di dover citare il canale YouTube “Random Phisics” come uno degli esempi migliori di divulgazione scientifica fatta bene.