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La notizia di questo post è un’intervista, riportata da “Formiche”, al prof. Giuseppe Gabusi, docente di Economia politica internazionale e dell’Asia Orientale all’Università di Torino, sul significato del centenario del Partito Comunista Cinese.

Per Gabusi, riprendendo un’affermazione del 2013 di Romano Prodi, “nulla deve cambiare a Pechino affinché tutto possa cambiare nell’immensa società cinese”. Il PCC ha avuto come obiettivi primari sempre il superamento del sottosviluppo e l’appianamento del divario con l’Occidente: perfino l’ideologia marxista-leninista è stato uno strumento, non un fine, per ottenere questi obiettivi. E’ cambiata invece la percezione della “contraddizione primaria” da risolvere: per Mao era la lotta di classe, per Deng il sottosviluppo, per Xi una crescita sostenibile avente come fine una società “moderatamente prospera”. Mentre in URSS il PCUS redistribuiva risorse scarse, grazie alle riforme economiche il PCC è invece oggi in grado di redistribuire risorse abbondanti.

Come sempre nella storia, aggiungiamo noi, il consenso non si basa sui grandi ideali, ma sulla capacità di un regime politico di garantire un relativo benessere alla maggioranza della popolazione. Ciò è particolarmente vero in culture dove la democrazia non è mai stata sentita come un valore fondamentale, ma come qualcosa, in fondo, di “importato”. E qui si inserisce la componente fondamentale data dal nazionalismo: dopo secoli di sudditanza all’Occidente, oggi è l’Occidente a subire la potenza cinese.

E come fa notare Gabusi, alla base della crescita cinese nei decenni passati c’è stato il contributo dell’Occidente, che ha aperto i propri mercati alle merci cinesi e ha investito ingenti capitali nel Paese per approfittarne in una politica di delocalizzazione.

Aggiungiamo ancora noi, ci sono stati in passato importanti esempi storici di sistemi economicamente capitalisti ma politicamente autoritari; l’idea, tipicamente anglosassone, che il libero mercato porti in modo necessario e inevitabile alla liberaldemocrazia, non è affatto una legge storica. Bisogna poi considerare che la dirigenza di partito cinese non ha mai puntato su un’economia liberista, ma ha sempre voluto gestire un’economia mista privata-statale. La Cina non intende “esportare” il proprio sistema politico, contrariamente a quello che hanno tentato gli Stati Uniti in Iraq, con un clamoroso autogol. Ai tempi della guerra fredda era l’URSS a utilizzare il c.d. “hard power” e gli USA il “soft power”, dopo la caduta del Muro gli Stati Uniti hanno cambiato totalmente strategia, ma si è rivelata una strategia fallimentare. La Cina invece ha sempre puntato sul “soft power”, strategia ideale per una potenza che si è sempre detta, almeno a parole, anti-colonialista.

All’intervistatore che parlava di stagnazione economica cinese, Gabusi risponde “Non vedo invece al momento alcuna stagnazione economica: la Cina è stata l’unica tra le grandi economie a crescere nel 2020”. Comunque stiano effettivamente le cose, secondo noi è comunque troppo presto per dirlo, la pandemia ha colpito tutti. Ma nonostante ciò è facile prevedere che nei prossimi decenni lo scontro tra Pechino e Washington si inasprirà ulteriormente. Leggendo tra le righe la stampa occidentale, si ha talvolta l’impressione di un “serrate i ranghi” a livello politico e mediatico nei confronti di un nuovo “pericolo giallo”.

L’Occidente a guida americana appare sulla difensiva. Di certo comunque ha perso l’iniziativa strategica a livello geoeconomico, mentre mantiene ancora quella a livello geopolitico, nonostante il clamoroso fiasco in Medio Oriente. Ciò non significa che si vada verso una rottura: in fondo entrambi i contendenti sono troppo grandi a livello economico per permettersi di distruggersi l’un l’altro, se Atene piange Sparta non ride e Tucidide era uno che la sapeva lunga. D’altra parte il 1789 e il 1914 hanno preparato gli storici a scenari all’epoca imprevedibili, per cui meglio non fare previsioni.

Approfitto per citare telegraficamente una notizia che era in prima pagina del Sole24Ore di domenica 4 luglio 2021, qui lo riportiamo dall’agenzia AGI. Jamie Dimon, CEO di Jp Morgan, una delle “Big Four” americane, era in Italia per inaugurare la nuova sede della banca a Milano. Nell’occasione, ha concesso un’intervista al Sole24Ore. “Sicuramente l’Italia è un Paese che sta attraversando una fase di rinnovata espansione economica, avrà una buona crescita quest’anno e trarrà ulteriori vantaggi dalla eccezionale leadership del primo ministro Mario Draghi, figura che gode di un forte apprezzamento sia in Italia che nel panorama europeo e internazionale. Ha grandi capacità e competenze e sta mettendo in atto importanti riforme, con un’attenzione particolare all’innovazione”,  ha detto Dimon. La grande finanza americana in pratica afferma che il governo Draghi è di suo gradimento, così come la politica economica che sta portando avanti.

https://formiche.net/2021/07/cosa-non-sappiamo-di-xi-e-del-partito-cinese-la-radiografia-del-prof-gabusi/
https://www.statista.com/chart/17747/china-quarterly-gdp-growth/ 
https://it.wikipedia.org/wiki/Jamie_Dimon
https://www.agi.it/economia/news/2021-07-04/jp-morgan-dimon-momento-di-investire-in-italia-13145759/
https://www.investopedia.com/terms/f/foreign-investment.asp
https://en.wikipedia.org/wiki/Jamie_Dimon
https://it.wikipedia.org/wiki/JPMorgan_Chase