NZ soldier Afghanistan
(Crown Copyright 2011, NZ Defence Force – Licenza Creative Commons)

Afghanistan. Vent’anni di guerra, miliardi di dollari bruciati, e un paese che dopo appunto un ventennio torna al punto di partenza. Al tempo George “Dabliu” Bush Junior affermava trionfalmente “mission accomplished”, ma bastava conoscere un minimo di storia per capire che sarebbe finita male. Gli americani non hanno purtroppo per loro un buon rapporto con la storia. Dovrebbero averlo; in fondo il loro miglior diplomatico di sempre, nel bene e nel male, era un professore di storia. Sto parlando ovviamente di Henry Kissinger. Se conoscessero la storia, capirebbero che l’umanità è troppo complessa perché possano sperare di riuscire a irreggimentarla secondo i loro canoni. Gli americani hanno questa ideologia del “manifest destiny”, assolutamente “bi-partisan”, per cui ciò che va bene per loro deve andar bene per tutti. Non solo democrazia e capitalismo, ma la loro democrazia e il loro capitalismo.

La strategia “neo-con” si basava tutta sul “manifest destiny” e sui concetti di “esportazione della democrazia” e “nation building”, oltretutto un ottimo affare per l’economia americana con paesi da ricostruire che avrebbero avuto bisogno di tutto e che sarebbero diventati colonia commerciale USA. Senza contare che le spese militari sono l’unica forma di keynesismo accettabile da un americano. Ma questa è la parte più banale della storia. La strategia “neo-con” era molto più ambiziosa. Afghanistan e Irak non erano stati scelti per la “minaccia” talebana o di Saddam Hussein. I talebani erano un pericolo soprattutto per i loro connazionali, e dopo la prima guerra del Golfo Saddam Hussein se ne stava buono buono. I due paesi furono scelti per la loro posizione strategica.

Se gli americani avessero dovuto invadere sul serio i paesi pericolosi, avrebbero invaso Arabia Saudita e Pakistan. Cosa assolutamente impossibile, l’Arabia Saudita per i rapporti economico-finanziari e il Pakistan in quanto potenza nucleare. Si decise allora di “compensare” questi paesi con nuovi paesi resi “manu militari” amici e almeno in parte occidentalizzati. L’Irak, nell’area strategica del Golfo e produttore di petrolio, avrebbe fatto da contraltare all’Arabia Saudita. Ancor più prezioso l’Afghanistan, paese nel cuore dell’Asia da cui gli americani potevano avere una presenza in tutta la regione, vale a dire Pakistan, Iran, repubbliche turche ex-sovietiche, Cina occidentale. Inoltre Irak e Afghanistan circondavano l’Iran (che guarda caso iniziò ad accelerare i suoi programmi nucleari), mentre Afghanistan e India (con la quale George “Dabliu” cercò a tutti i costi ma invano un’alleanza: avesse letto in modo intelligente qualche buon libro di storia, meglio se europeo, avrebbe capito subito che non ci sarebbe mai riuscito) avrebbero circondato il Pakistan.

Tutto bello, molto occidentale e soprattutto molto americano. Peccato però che alla base di tutta l’operazione ci fosse l’enorme peccato di presunzione già citato: ciò che va bene agli americani ipso facto va bene a tutti, per cui basta che i tutti vengano a contatto con la naturale superiorità degli ideali americani per adeguarsi a essi, anzi entusiasticamente farli propri. In Asia, e non solo tra i musulmani, questo è lapalissianamente falso. Eppure, gli americani ne erano talmente convinti da non preoccuparsi troppo di capire sul serio la cultura autoctona e i rapporti di forza sociali e tribali. Se il “nation building” funziona (e qualche volta ha funzionato) non è merito degli americani e delle loro migliaia di tonnellate di bombe, ma della struttura politica e sociale locale. Altrimenti non si spiega perché la Corea del Sud è diventata una potenza economica, mentre invece il Vietnam del Sud è crollato. Kabul 2021 come Saigon 1975, il parallelo è naturale e inevitabile.

Che sarebbe finita male gli esperti di geopolitica lo vaticinavano fin dal 2010 almeno, invocando una “exit strategy”. Ma mentre in Irak gli americani, passata la seconda presidenza Bush che ritirandosi ci avrebbe rimesso la faccia, con Obama lo fecero subito, l’Afghanistan era strategicamente troppo prezioso e così la nuova amministrazione decise di restare. Joe Biden ha confermato la scelta del suo predecessore Trump, perché inevitabile.

Intanto un improbabile lettore può cercare quest’articolo:
https://thediplomat.com/2021/08/afghanistan-and-the-real-vietnam-analogy/