King Crimson Red
(illustrazione autoprodotta)

Una nota per iniziare. Siccome il sottoscritto non è affatto un critico musicale professionista, per quanto riguarda tematiche più “tecniche” rimando al volumetto (disponibile anche su Kindle) di Carlo Pasceri King Crimson. Red della collana Dischi da Leggere.

Nel 1974, anche se allora pochi se ne accorsero, iniziò la crisi del rock progressivo, che nei quattro anni precedenti, dal 1970 al 1973, aveva toccato l’apice della creatività. L’ultimo disco da studio dei King Crimson negli anni Settanta, Red, che fu pubblicato proprio quell’anno, può forse essere considerato il canto del cigno del rock progressivo “storico”, come se chi ne iniziò la parabola con In the Court of the Crimson King, si preoccupasse anche di chiuderla.

Robert Fripp, re e padrone della band, aveva appena buttato fuori il violinista Cristopher Cross dal gruppo, che così era rimasto un trio chitarra-basso-batteria che ricordava molto più i Cream o la Jimi Hendrix Experience che un gruppo progressive. Ma il vero significato di “progressive” non è usare il moog o il mellotron per fare cose pseudo-classiche, ma piuttosto quello di non fermarsi mai al già acquisito ma cercare invece sempre vie nuove. In questo senso, i King Crimson sono più “progressive”, ad esempio, degli Emerson Lake & Palmer. Tornando a noi, il chitarrista Robert Fripp si ritrovò comunque “accompagnato” da due grandi come John Wetton al basso e Bill Bruford alla batteria.

Il sound è una derivazione di quello dei precedenti due album, anche senza il violino di Cross, per cui si può pensare ad una trilogia composta da “Lark’s Tongues in Aspic”, “Starless and Bible Black” e appunto “Red”, che si discostano molto dai dischi precedenti e da quello che tradizionalmente si intende per “progressive”. La chitarra elettrica di Fripp emerge sugli altri strumenti, i tempi musicali si fanno più contorti, viene lasciato più spazio all’improvvisazione. Il risultato non è di facile ascolto, ma alle orecchie giuste suona semplicemente eccelso.

L’ossatura di “Red” è data dal trio Fripp-Wetton-Bruford che in effetti “pompano” molto, tanto che qualche buontempone ha definito il primo lato del vinile (“Red”, “Fallen Angel” e “One More Red Nightmare”) «heavy metal di lusso». Il secondo lato è invece occupato da una registrazione live ancora con Cross che improvvisa (“Providence”), che incanta molti ma che a me sa tanto da riempitivo (ognuno ha i suoi gusti), e la bellissima e struggente ballad “sperimentale” “Starless”, penso la composizione rock più triste che abbia mai ascoltato in vita mia, molto più di “Epitaph”.

“Red” è del 1974, lo stesso anno di “The Lamb Lies Down on Broadway”, l’ultimo LP dei Genesis con Peter Gabriel. I motivi per cui Gabriel se ne andò dai Genesis sono descritti in vario modo, ma secondo me il motivo principale, anche se non esplicito, è che Gabriel si era reso conto che il periodo del “progressive” era finito, e che se il rock non si faceva “canzone”, cioè non tornava ad un impianto diciamo pre-Sgt. Pepper’s, non sarebbe sopravvissuto. Tre anni dopo il punk e la “New Wave of British Heavy Metal” fecero spezzatino del progressive; non a caso, sia Fripp che Gabriel riuscirono a “riciclarsi” (brutto termine, ma espressivo) nel nuovo ambiente musicale della “new wave”, come d’altra parte seppe fare anche David Bowie.