L'Amico del Popolo - Vajont

L’Amico del Popolo è il settimanale della diocesi di Belluno-Feltre. Nel 2009 ricorreva il centenario della fondazione, e chi scrive pensò di scrivere un libro sulla storia del giornale.

Al di là della mia storia personale che mi allontanò da Belluno ponendo fine al progetto, questo d’altra parte era già moribondo da un pezzo, nonostante gli sforzi. Infatti, col senno di poi, è stato la summa teologica di come NON organizzare il lavoro quando si fa un libro.

Errore numero 1. Essersi messi subito a raccogliere un oceano di appunti e fotocopie senza fermarsi a pensare bene in prima battuta alla lunghezza del libro, e quindi decidere prima di tutto e una volta per tutte a) quali tematiche tralasciare completamente b) quali accennare solamente c) quali approfondire. Occorreva fare una rapidissima lettura di tutti i numeri de L’Amico del Popolo, decidere bene cosa fare e solo dopo prendere appunti. Il giornale affrontava un gran numero di argomenti, tutti all’apparenza interessanti e meritevoli di essere trattati. Ma andava invece scelto un taglio preciso, anche a costo di essere brutali.

Errore numero 2. Non aver subito enucleato quali testi della bibliografia andavano letti, quali solamente citati, e quali lasciati perdere in quanto pura perdita di tempo – anche se l’autore magari è un’autorità che sembra doveroso citare. L’idea di contestualizzare le notizie riportate da L’Amico del Popolo, per quanto buona in teoria, mi ha portato a smarrirmi in faraoniche introduzioni storiche e in una babele di argomenti legati all’associazionismo e alla cultura cattolica del periodo. Mai lasciarsi prendere dalla bibliografia: argomenti che in molti libri sembrano fondamentali e indispensabili possono essere in realtà totalmente inutili nella stesura del nostro, di libro.

Errore numero 3. Aver fatto un mare di citazioni dal giornale. D’altra parte questo era piuttosto inevitabile, poiché problemi abbastanza “delicati” (come il “maccartismo” antimodernista che portò al “commissariamento” del seminario vescovile in circostanze piuttosto discutibili, e l’influsso, questo invece assolutamente indiscutibile, di Karl Lueger con annesso antisemitismo tra almeno alcuni esponenti del clero bellunese) mi stavano portando ad interpretazioni piuttosto diverse da quelle della vulgata storiografica cattolica. Sarebbe stato fonte di polemica non mettere citazioni dirette dal giornale. Senza contare che la prosa de L’Amico del Popolo era spesso una testimonianza diretta del modo con cui le notizie venivano affrontate. Ma d’altra parte, un libro di media lunghezza non avrebbe permesso un gran numero di lunghe citazioni: queste andavano perciò scelte con cura.

Errore numero 4. Essersi lasciati trasportare da ciò che si riteneva più interessante a livello personale, senza fare mente locale a chi avrebbe potuto avere per le mani il libro. Errore infantile, ma dal quale chi è estroso nello scrivere e si lascia perciò facilmente prendere la mano non è mai del tutto immune. Si vede subito quanto mi piaccia la storia delle idee e della cultura: una sirena a cui non ho saputo resistere e che mi ha fatto naufragare.

Questi quattro errori in pratica si possono condensare in questo errore madornale: non aver fatto all’inizio un piano editoriale dell’opera, che portasse non solo a sfrondare le fonti e la bibliografia in modo da rendere il lavoro di una mole umanamente trattabile, ma soprattutto mi portasse a capire sul serio cosa avrei dovuto (potuto?) scrivere.

Il risultato è linkato qui sotto: un PDF di 443 (quattrocentoquarantatré) pagine, senza un capitolo finito che sia uno! Per fortuna qualche anno dopo ho avuto occasione di imparare sul serio come andava scritto un libro. Ma alla fine, nove anni dopo, anche il mio libro su L’Amico del Popolo è stato pubblicato… qui sotto, appunto.

Purtroppo nello scrivere un libro il meglio è nemico del bene: non si può essere né perfetti né esaustivi, perché i limiti di tempo (scadenze) e di spazio (pagine) hanno la priorità su qualsiasi altra considerazione. Ovvio che i limiti devono essere congruenti, non si può scrivere un libro di storia di sole venti pagine in una settimana – verrebbe fuori un piccolo saggio e pure fatto male. Ma una volta datisi dei limiti, ad esempio un libro di duecento pagine in un anno, tempo e spazio vanno accuratamente organizzati.

 

iconapdf
Appunti per un libro su “L’Amico del Popolo” (2010)