Corte di Cassazione
Quando si conclude un contratto per posta elettronica, come ci si deve regolare con le clausole contenute nelle condizioni generali di contratto?

Le clausole e le condizioni generali del contratto secondo la direttiva sul commercio elettronico

In materia di contratti conclusi per via elettronica in generale, la direttiva sul commercio elettronico – ovvero, la 2000/31/CE dell’8 giugno 2000 – così recita all’articolo 10, paragrafo 3: «3. Le clausole e le condizioni generali del contratto proposte al destinatario devono essere messe a sua disposizione in un modo che gli permetta di memorizzarle e riprodurle.»

Pertanto, va da sé che anche quando si conclude un contratto per posta elettronica – in quanto fattispecie rientrante nella categoria generale  dei contratti conclusi per via elettronica – devono essere «messe a disposizione» del destinatario le clausole e le condizioni generali del contratto, secondo modalità tali da consentire al destinatario stesso di memorizzarle e riprodurle.

A questo punto sorge spontaneo un dubbio amletico: trattandosi di un contratto concluso mediante comunicazione individuale (la posta elettronica), la «messa a disposizione» prescritta dalla direttiva deve avvenire anch’essa mediante comunicazione individuale, oppure può essere realizzata attraverso qualsiasi altra modalità, per esempio un link ad un sito internet?
Detto, fatto…

Il dubbio “non sciolto” dalle Sezioni Unite della Cassazione

Il dubbio è stato sollevato da una recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite – ovvero, l’ordinanza n. 21622, pubblicata il 19 settembre .

Il caso riguardava un contratto stipulato mediante scambio di messaggi di posta elettronica, tra una società di diritto tedesco (proponente) e una società italiana (destinatario – committente).

La materia del contendere concerneva la validità di una specifica clausola contrattuale («clausola di proroga della giurisdizione, di carattere esclusivo, in favore dell’autorità giudiziaria di un altro paese»), contenuta nelle condizioni generali di contratto predisposte dal proponente ed espressamente richiamate nell’ordine di acquisto sottoscritto dal destinatario ed accessibili a un indirizzo web specificato nel documento.

Secondo il destinatario, detta clausola sarebbe stata da considerarsi invalida proprio in virtù «…del disposto dell’art. 10, paragrafo 3, della direttiva sul commercio elettronico 2000/31/CE,  nel quale egli riteneva di cogliere la previsione della necessità di una apposita comunicazione individuale (mancante nella specie) delle condizioni generali di contratto …».

Purtroppo, la Cassazione non ha potuto sciogliere il dubbio, e ciò «…in base all’assorbente considerazione che tale direttiva non trova qui applicazione, dato che essa stessa precisa espressamente e chiaramente che «non introduce norme supplementari di diritto internazionale privato, né tratta delle competenze degli organi giurisdizionali» (art. 1, par. 4) …».

Si spera tuttavia che la Suprema Corte abbia l’occasione, in un prossimo futuro, di pronunciarsi nel merito di una questione che, a nostro avviso, potrebbe essere assai rilevante per tutti gli operatori del commercio elettronico.