Musulmani in preghiera. Litografia
Fedeli musulmani nel deserto in preghiera verso La Mecca. Litografia senza data (CC BY 4.0 Wellcome Library Images via WikiCommons).

Questa seconda digressione è un tentativo di spiegazione teologica della mentalità, e quindi del comportamento, del fondamentalismo islamico e dei militanti dell’ISIS in particolare. Senza considerare il fenomeno da un punto di vista complessivo si rischia di farne una lettura fuorviante: occorre prendere sul serio la cultura religiosa dell’Islam politico.

Una spiegazione teologica

Se le cause e i fini ultimi dell’ISIS sono da cercarsi a livello geopolitico e geoeconomico, per quanto riguarda la base dei militanti non si può capire il fenomeno ISIS se non si fa una lettura teologica del radicalismo islamico.

L’Islam è molto affine all’ebraismo; si potrebbe parlare senza dubbio di una radice semitica, “abramitica” delle due religioni. Per il cristianesimo il discorso è diverso, in quanto l’Occidente ha le sue radici soprattutto nella filosofia greca e nel diritto romano, e dopo il Medioevo queste radici hanno preso il sopravvento, conducendo a quel fenomeno, unicamente occidentale, che va sotto il nome di “secolarizzazione”.

Sia ebraismo che Islam sono religioni rigidamente monoteiste; Dio stringe con l’uomo un’Alleanza e dà a lui una Legge (la Torah o la Sharia), contenuta in un Libro (la Bibbia ebraica o il Corano). L’Alleanza (in arabo la Mitaq) crea un Popolo di Dio, che si distingue dal resto dell’umanità in modo netto, verrebbe quasi da dire antropologicamente. O sei dentro o sei fuori: per questo è lecito parlare di “tribalismo” delle religioni abramitiche (l’antico Israele era una federazione di dodici tribù).

Per l’ebraismo il concetto di “Popolo di Dio” è interpretato in senso stretto: ebrei si nasce, non si diventa. Il cristianesimo, nato come una delle tante sette esoteriche dell’ebraismo antico, con Paolo di Tarso ha assunto invece una dimensione universalistica. Sono cristiani i concetti di “conversione” e di “missionarietà”. Nel cristianesimo il Popolo di Dio è la Chiesa, un concetto più teologico che sociologico.

L’Islam ha unito in sé il tribalismo ebraico con l’universalismo cristiano, e la forza sprigionata è stata dirompente. Nel giro di due secoli la nuova religione ha fondato un impero che si estendeva dalla Spagna all’India. Nell’Islam il Popolo di Dio è la Umma, la “casa della pace” contrapposta alla “casa della guerra” degli infedeli. La Umma si estrinseca in un’istituzione religiosa e politica al tempo stesso, il Califfato.

È fondamentale ora considerare un altro punto. Abbiamo detto che l’Alleanza con Dio genera un Popolo. A questo Popolo Dio fa una Promessa: nel caso del cristianesimo il ritorno del Signore Gesù Cristo in Terra, nelle altre due religioni cose più prosaiche: per gli ebrei la “Terra Promessa” (e per questo dal loro punto di vista sono i palestinesi, come gli abitanti di Gerico, ad usurpare una terra che non è loro), e per i musulmani l’estensione del Califfato fino agli estremi confini della Terra.

Altro punto importante: la Promessa di Dio genera un’escatologia, ossia un’attesa messianica dei tempi ultimi, quando la Promessa arriverà a compimento. Se la promessa di Dio non si avvera, significa che una delle due parti non ha rispettato il Patto: e siccome Dio è sempre fedele alle sue promesse, chi ha fallito non può essere che l’uomo. E la risposta allora non può essere che una sola, l’uomo non è stato fedele alla Legge che Dio gli ha dato, ha peccato. Per redimersi dunque, e tornare ad essere degno della Promessa di Dio, non può che pentirsi e seguire la Legge nel modo più fedele ed assoluto possibile, cioè nel modo più letterale possibile. Che può essere o vivere in assoluta povertà, oppure massacrare l’infedele.

L’Islam è universalista, e dato che il suo universalismo ha anche un risvolto politico, l’Islam da sempre ha avuto una vocazione imperialista. In questo ha vissuto, a partire almeno dall’Ottocento, un grande trauma: invece di conquistare le terre degli infedeli, ha visto le sue terre conquistate dagli infedeli. La risposta teologica non poteva che essere, come detto, una sola: Dio ci ha puniti perché non siamo stati abbastanza fedeli a Lui e alla sua Legge. Tutto il resto è conseguenza.

Rovine a Gerico
Rovine a Gerico, non risalenti però all’epoca biblica (Abraham, public domain via WikiCommons).

Per farsi un’idea di quanto detto, basta rileggersi l’Antico Testamento e questi elementi si ritrovano tutti, anche la Jihad, combattuta dagli ebrei durante l’assedio di Gerico («La città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore», Giosuè 6,17).

Si capisce che si innesta un circolo vizioso di difficile soluzione. Ogni tentativo da parte degli infedeli di difendersi verrà visto come un attentato al sacro diritto dell’Islam di espandersi. Ogni sconfitta del radicalismo islamico provocherà ancora più radicalismo, perché l’islamista radicale concepirà la sconfitta come una punizione di Dio per la sua mancanza di fede.

Per il politically correct occidentale parlare di identità religiosa è tabù, come sappiamo dalle note polemiche sui presepi e le recite di Natale. Ma un islamico radicale non concepisce la secolarizzazione: un uomo può dirsi veramente tale solo se ha un Dio. È antipatico dirlo, ma per lui le maestre elementari che organizzano la recita multietnica e multiculturale non stanno dando un messaggio di tolleranza e di speranza, ma invece una diprezzabile e disprezzata testimonianza di come i cristiani hanno rinnegato la loro fede per darsi al vizio e all’immoralità. Per quanto possa apparire paradossale, un islamico radicale rispetta di più un cristiano tradizionalista che un agnostico che gli tende la mano in nome di valori secolari che lui non comprende – e che rifiuta.

Per ragioni di politica interna, e soprattutto penso di ordine pubblico, i media occidentali mainstream danno una lettura edulcorata ed autocensurata delle problematiche legate alla convivenza con l’Islam. La cultura islamica, anche quella portata dai c.d. “musulmani moderati” che dovrebbero essere per il mainstream la soluzione a tutti i mali, è totalmente antitetica ai valori occidentali, soprattutto così come questi si sono evoluti negli ultimi decenni coi c.d. diritti di genere. È una contraddizione questa su cui tutti i media tendono spesso e volentieri a glissare. Ma se una cosa non appare sui media non per questo non esiste più.

Un’ultima considerazione è quella del martirio. Il cristianesimo tradizionale ha un’atavica tradizione di culto dei martiri, le vittime delle persecuzioni romane contro i primi cristiani. Martire significava in origine “testimone”. Gli Acta Martyrum descrivono, con un compiacimento un po’ macabro, i terribili patimenti dei fedeli a Cristo per il proprio Signore. I martiri dell’Islam radicale vanno a farsi esplodere con il sorriso sulle labbra, e lo stesso sorriso avevano i martiri cristiani, causando nei romani un senso profondo di sgomento e ripulsa, così come per noi occidentali oggi, loro diretti discendenti come cultura, di fronte alle bombe umane dei fondamentalisti islamici. Era insensato per i romani, come per noi oggi, in un’epoca “post-eroica”, poter godere della propria morte.

Pantheon a Roma, acquerello
Il Pantheon a Roma, acquerello di Jakob Alt del 1836 (public domain via WikiCommons).

La religione politeistica romana era fortemente sincretista; il Pantheon era un tempio a Roma dedicato a tutte le divinità di tutte le popolazioni dell’Impero, che così veniva politicamente riconosciuto da tutti i suoi abitanti. Il monoteismo dei primi cristiani era considerato un elemento culturale estraneo e pericoloso, e per questo era condannato e represso. Significativamente, il “tempio di tutti gli dèi” è diventata una basilica dedicata ai martiri cristiani.