Una strada di Aleppo fotografata il 6 ottobre 2012 (Voice of America, public domain via WikiCommons).

Si tratta di tre digressioni su tre argomenti tra loro diversi: la situazione geopolitica nel Medio Oriente; una lettura teologica della mentalità del militante islamista; il radicalismo salafita e la modernità. Come tutti gli articoli di questo blog, anche questo è un punto di arrivo delle mie riflessioni passate, e un punto di partenza delle mie riflessioni future. Può darsi benissimo che in futuro, progredendo nelle mie letture e nei miei ragionamenti, io possa superare ed entrare in disaccordo con quanto scritto qui. Non è una ricerca, infatti non ci sono riferimenti bibliografici; si tratta di libere riflessioni.

La situazione geopolitica nel Medio Oriente

Foffano nel suo libro mette in chiaro una semplice verità, che i media occidentali ammettono solo a denti stretti: senza l’intervento americano in Iraq, l’ISIS non sarebbe mai nato. Ci i potrebbe chiedere perché “junior” abbia attaccato Saddam Hussein, a parte il desiderio, tutto legato a questioni di politica interna, di to finish the job che il padre aveva lasciato incompiuto. È noto infatti che nel 1991 le truppe americane non poterono arrivare sino a Bagdad per il veto posto dagli alleati arabi che, ben più informati dei fatti, sapevano bene che Saddam Hussein era indispensabile per il mantenimento dei delicati equilibri della regione.

A parer mio, i neo-con dell’entourage di Bush jr. hanno ragionato in questo modo.

Una premessa: secondo logica strettamente militare, gli Stati Uniti per decapitare al-Qaeda ed “esportare la democrazia” in Medio Oriente, avrebbero dovuto attaccare l’Arabia Saudita, non l’Iraq. Naturalmente però una simile cosa era del tutto impossibile ed impensabile, non solo perché i Sauditi sono il principale alleato degli USA nella regione, con un’enorme rete di rapporti economici e finanziari con Washington, ma degli infedeli occidentali nei Luoghi Santi, cosa esplicitamente proibita dall’Islam, avrebbe scatenato un putiferio dall’Atlantico al Pacifico, per non parlare in Europa.

Non potendo prendere il classico toro per le corna, la Casa Bianca decise quindi di adottare quello che Liddell Hart avrebbe chiamato un “approccio indiretto”: creare in Iraq uno stato, produttore di petrolio, autenticamente filo-occidentale e con basi americane, che facesse da contrappeso all’Arabia Saudita. Le basi militari sono per Washington il modo migliore per avere una presenza diretta e quindi un’influenza politica. Con basi in Iraq, gli Stati Uniti avrebbero controllato a sud l’Arabia Saudita, ad est l’Iran e ad ovest la Siria di Assad, alleata della Russia. Nel contempo gli americani occuparono l’Afghanistan, punto strategico dell’Asia, un preziosissimo pied-à-terre da dove potevano: accerchiare l’Iran da occidente e da oriente; influenzare le ex-repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, dando non poco fastidio alla Russia; esercitare una presenza ai confini della Cina; e corteggiando l’India, considerata un “alleato naturale”, al pari di Israele, accerchiare il Pakistan. Non è un caso che, se Obama si è ritirato dall’Iraq, si è guardato bene dal ritirarsi dall’Afghanistan, che è diventato un’énclave americana in pieno territorio della SCO.

Medio Oriente sotto Bush
La “grand strategy” di Bush jr.: in verde i paesi NATO, in giallo i due alleati “naturali” Israele ed India, in rosso i paesi occupati dagli USA. Si vede bene dalle direttrici in blu che una simile disposizione permetteva di controllare tutta l’area (cartina: d-maps.com).

Una grand strategy troppo ambiziosa perché almeno qualcosa non andasse storto. E storte di cose ne sono andate tante. L’Iran, sentendosi sotto pressione (ricordiamoci i manifesti con lo Zio Sam che diceva “Iran, you’re the next”), ha premuto l’acceleratore sul suo programma nucleare. Ricordiamoci infatti che l’arma nucleare è un’arma prettamente politica e difensiva: un deterrente nucleare mette un paese totalmente al riparo da qualsiasi intervento militare diretto (non è un caso che il regime della Corea del Nord stia dotandosi di armi atomiche). L’India non si è sentita affatto “alleato naturale” degli USA e dopo un breve flirt ha preferito continuare la sua tradizionale politica di “non-allineamento”, oltretutto entrando nella SCO. Ma soprattutto, imbevuti di Fukuyama, i neo-con americani non hanno fatto i conti con Hutington. Hutington è una lettura politicamente scorrettissima, e si capisce facilmente il perché: in un mondo che si vuole uniformemente globalizzato, non si può parlare di scontri tra grandi culture storiche. Che oltretutto, soprattutto in Europa, si compenetrano ormai in modo profondo creando spinosi problemi di convivenza.

Ma ciò non può voler dire mettere la testa sotto la sabbia, come gli europei, o pensare di essere depositari di un Manifest Destiny destinato a portare il sistema politico-economico-sociale americano in tutto il resto del mondo, perché così vuole la storia, o meglio la “fine della storia”. È successo quello che non poteva che succedere: in uno stato composito come quello iracheno, gli USA hanno finito per appoggiare un’etnia a scapito dell’altra. E quest’altra, ossia la minoranza irachena sunnita, che era l’ossatura dello stato e dell’esercito sotto Saddam Hussein, prima ha fatto guerra partigiana contro gli americani, e poi ha creato l’ISIS, come spiega bene Foffano nel suo libro.

Mai come per Bush jr. è stata vera la massima di Moltke il Vecchio, secondo il quale anche i migliori piani di guerra saltano al primo contatto con il nemico.

Obama ha dovuto rottamare la grande visione del suo predecessore, e soprattutto sotto il suo primo Segretario di Stato, Hillary Clinton, la ha sostituita con la più classica delle strategie di divide et impera: mettere le tante medie e piccole potenze della regione l’una contro l’altra, in modo che non ne potesse emergere una in grado di egemonizzare il Medio Oriente. Non per nulla, dalle “primavere arabe” in poi il Medio Oriente è un caos come mai prima.

L’ISIS ha potuto affermarsi e prosperare per tre anni soprattutto perché si poneva, nei confronti delle potenze che si combattevano nella guerra civile siriana, come un problema secondario, se non addirittura come un alleato occulto:

  • per la Turchia il problema sono sempre stati i curdi, e contro di essi l’ISIS faceva comodo, senza contare i traffici illeciti (opere d’arte, petrolio, ecc.) che arricchivano entrambi i soggetti – non per niente il confine turco-siriano era per l’ISIS un colabrodo;

  • per la Russia il problema era appoggiare l’alleato Assad contro le milizie sunnite antigovernative in modo da conservare le sue ultime basi aeronavali nel Mediterraneo;

  • per l’Iran e gli Hezbollah, era appoggiare lo sciita Assad in quella vera e propria guerra civile interna all’Islam che è il conflitto tra sunniti e sciiti, diretta espressione della rivalità tra Arabia Saudita ed Iran per l’egemonia nella regione;

  • per gli americani, che da sempre nella loro politica estera devono per ragioni interne identificare un “cattivo” da combattere, il nemico numero uno era Assad, e in seconda battuta Putin. Senza contare che l’ISIS era un comodo fattore di confusione nella loro strategia di destabilizzazione dell’area, nonostante i problemi che essa dava agli alleati europei;

  • per le monarchie sunnite del Golfo, da tempo impegnate in uno sforzo di penetrazione del salafismo nel mondo occidentale a suon di petrodollari (altra cosa che si può dire solo sottovoce), l’ISIS era un modo di tenere una frontiera con l’Iran sciita, e per questo motivo era dietro le quinte abbondantemente finanziato ed appoggiato;

  • per Israele, abbandonati da tutti i palestinesi a loro stessi, il nemico sono gli Hezbollah sciiti, e questo non solo ha provocato un appoggio “coperto” ma diretto di Israele al fronte anti-Assad, ma addirittura un avvicinamento di Israele al fronte sunnita, in particolare all’Arabia Saudita; senza contare che un attacco diretto di Israele all’ISIS sarebbe stato un inestimabile regalo all’estremismo salafita (ricordiamo gli Scud lanciati dagli iracheni nel 1991 su Israele per provocare una rappresaglia e spezzare così il fronte arabo contro Saddam Hussein).

Un F-22 sorvola l'Iraq durante l'operazione Inherent Resolve
Operazione “Inherent Resolve”: un F-22 Raptor del 380th Air Expeditionary Wing si rifornisce in volo da un KC-10A sopra l’Iraq (DoD, public domain).

In mezzo a questo groviglio, l’ISIS ha potuto prosperare per tre anni, finché è cresciuto troppo per non dare fastidio a tutti o quasi (nei tempi migliori il Califfato contava dieci milioni di abitanti). A quel punto l’accordo tra Turchia, Russia ed Iran consumatosi l’anno scorso, con il tacito avallo di Washington e il buon viso a cattivo gioco delle monarchie sunnite, ha segnato il riflusso dello Stato Islamico che nel luglio dello scorso anno ha perduto Mosul, e nell’ottobre la stessa capitale Raqqa, riducendosi ad una minima frazione del territorio conquistato nel 2015.