Font Rockwell
Font Rockwell (public domain via WikiCommons).

Un ricordo

blogging words
(Public Domain via Pixabay)

Negli anni Novanta il web era ancora una novità ed oltretutto era lentissimo, con i modem da 54k. Il computer era già diffuso, ma per la gran parte della gente il PC non era molto più che una macchina da scrivere molto sofisticata. Si parlava già di “multimedialità”, ma si trattava di eseguibili in Visual Basic destinati ad essere caricati sui CD-ROM, oggi quasi scomparso ma ai tempi un’innovazione enorme.

Macchina da Scrivere Olivetti
Una portatile Olivetti, la fida compagna del giornalista dei bei tempi andati (CC 3.0 Alessandro Antonelli via Wikipedia).

Ricordo sempre che la prima volta che sentii parlare di internet fu nel 1995 durante un corso di giornalismo. Il direttore del corso, un anziano giornalista molto bravo ma ancora legato al buon mestiere antico, tutto macchina da scrivere, macchina fotografica, telefono e telescrivente, disse un giorno che ci avrebbe mostrato “questo internet” che secondo la sua impressione “non serve a niente”. Un suo collega, che aveva invitato al corso, disse che lui il computer l’aveva in scrivania sempre spento ed utilizzava solo la sua “fidata” macchina da scrivere.

In fondo, non era altro che una manifestazione di quella barriera, in qualche persona intellettuale vera ripulsa, che la generazione nata negli anni Venti e Trenta generalmente aveva nei confronti dell’informatica popolare. Mio padre buonanima, che pure non era affatto una persona stupida, nonostante tutti i miei sforzi non riuscì mai ad andare oltre l’accensione e l’apertura di Word.

La scrittura web vent’anni fa

modem analogico acustico
Un modem analogico/acustico di venti nanosecondi dopo il Big Bang. Il modem a 56k in confronto era pura fantascienza (CC 2.0 SecretLondon via Flickr).

Se fin dall’inizio le grandi realtà americane hanno avuto dei team numerosi e diversificati per la produzione dei siti internet, da noi (almeno nel Triveneto) lo sviluppo web è sempre stato affrontato soprattutto da realtà medio-piccole, se non da singoli, e la figura professionale centrale, anzi l’unica, era quella del programmatore. Al massimo si distingueva tra programmatore vero e proprio e grafico web.

Vent’anni fa, cioè circa nel 2000, il contenuto di un sito era l’ultima preoccupazione di uno sviluppatore web. Il testo veniva dato dal cliente, e veniva inserito tale e quale nel sito senza alcun tipo di ottimizzazione. Esso inoltre veniva considerato una cosa statica, se non altro per il semplice motivo che allora il sito veniva costruito in sostanza ancora con HTML tabellare, e bastava una parola in più per spaginare tutto. CSS, <div> e <span> erano l’ultimo grido della programmazione web e non erano ancora entrati nell’uso comune.

Nessuno più fa layout tabellare ma la filosofia di questo sistema di lavorare non è del tutto scomparsa nemmeno oggi. Mi disse il titolare di una web house l’anno scorso: “Non posso pagare uno che mi fa i testi, non mi serve a niente. I testi me li fa il cliente e dopo è il programmatore che mi fa il SEO”. Quindi contenuto non ottimizzato né per il web né per il SEO, e siti, per quanto riguarda i contenuti, ancora irrimediabilmente “statici”.

La scrittura web dieci anni fa

Velocità di connessione ad Internet 1980-2015
La velocità di connessione ad internet dal 1980 al 2015. Niente legge di Moore, l’incremento è lineare (CC 4.0 Carlos P. via Wikimedia Commons)

Appena l’ADSL sostituì i vecchi modem a 54k, per i programmatori web si aprì un mondo. Finalmente ci si poteva sbizzarrire con effetti speciali ed artifici mirabolanti. Si diffuse una prima, ingenua nozione di “multimedialità”: musichette che partivano da sole, giochini in Javascript, gif animate, per finire con quell’orrore che fu la moda dei siti in Flash. Il perché di questa cosa era secondo me semplicemente questo: i siti, che erano ancora considerati una cosa da programmatori, dovevano in qualche modo rispecchiare la bravura del programmatore nello scrivere il codice. Cominciava però a cambiare qualcosa.

Il PHP si era affermato come il linguaggio di programmazione più utilizzato “lato server” per i siti dinamici (il famoso AJAX e Web 2.0), e per facilitarsi il lavoro i programmatori utilizzavano i Framework basati sul modello MVC (model-view-controller). I Framework erano, anzi sono perché sono ancora largamente utilizzati per i siti più complessi, dei pacchetti di librerie e strumenti in codice PHP (o altro linguaggio) già pronti, secondo il concetto universalmente noto della programmazione ad oggetti, che permette di riutilizzare il codice.

Internet users 1997-2007
Utilizzatori di internet per 100 abitanti dal 1997 al 2007, gli anni in cui il web si è diffuso (CC 3.0 Kozuch via Wikimedia Commons).

Cominciò ad apparire subito dopo però un’alternativa semplice e veloce ai framework, ossia i CMS, i “Content Management Systems”. “Framework o CMS?” era una delle domande che gli sviluppatori web si ponevano al tempo. A dire il vero Framework e CMS sono due cose concettualmente diverse e per questo non necessariamente alternative l’una all’altra: il primo è in pratica del codice già pronto che fornisce funzioni standard al programmatore; il secondo segue invece la filosofia degli applicativi e permette anche ad uno totalmente digiuno di programmazione di caricarsi e gestire da solo un piccolo sito.

Ma rimaneva sempre il fatto che realizzare un sito customizzando un CMS era sempre più veloce che farne uno ex-novo utilizzando un Framework, e che un buon CMS con i suoi temi e i suoi plugin è in grado di soddisfare – presumo – almeno l’80% delle esigenze. Con il più noto dei CMS, WordPress, gestire i testi di un sito, facendoli diventare veramente “dinamici”, diventava una cosa facilissima. Sembrava la soluzione migliore per liberare il programmatore da quel fastidioso orpello che era il testo da mettere nel sito: il cliente avrebbe potuto inserirselo da sé.

La scrittura web oggi

Già un bel po’ di anni fa però, a ribaltare completamente la situazione arrivò Google.

Sede Google
Google, Mountain View, California (CC 2.0 Tobias Maase via WikiMedia Commons).

La multimedialità barocca ed ingenua dei siti post-ADSL aveva creato un grave problema di usabilità. Ci si accorse dell’acqua calda, ossia che la gente accede al web per cercare qualcosa, e che voleva trovare questo qualcosa il più facilmente e il più rapidamente possibile. Qualsiasi cosa intralciasse questa ricerca del contenuto, per quanto “fica”, era uno spreco di tempo e di soldi in tutti i sensi: da parte del programmatore, del server, dell’utente e del proprietario del sito. (Questo non ha significato che scomparissero del tutto le pubblicità faraoniche stile quella di Sky, che si disinteressa dell’usabilità e dell’utente ed è apposta pensata difficile da chiudere proprio per far in modo che si sia costretti a vederla perdendovici tempo sopra.)

Google ribaltò totalmente la grafica dei siti web con il suo layout bianco minimalista. Inoltre si formò un concetto più maturo di multimedialità, riferito al contenuto che doveva utilizzare non solo testo scritto, ma anche immagini, illustrazioni, infografiche, filmati all’interno di un contenuto unico non solo equilibrato in se stesso, ma soprattutto con una sua logica intrinseca che lo rendesse un tutto unico.

Fece capolino poi, grazie a Google, quella che è diventata l’ossessione del web attuale: “il SEO”, ossia la “Search Engine Optimization”. E’ stato il SEO a decretare la condanna a morte dei siti in Flash, perché non erano indicizzabili.

screenshot
(screenshot)

Prima sì, si stava un po’ attenti al motore di ricerca, ma non si andava molto oltre alla scelta dei meta-tag, con i più truffaldini che vi inserivano anche parole piccanti in modo da aumentare le visualizzazioni. Come mai poi si è avuta la SEO-ossessione? E’ chiaro, con la diffusione dei siti di e-commerce e dei cataloghi on-line. Prima, per comprare un divano, ti prendevi un sabato pomeriggio e andavi a farti il giro di tutti i negozi di mobili. Oggi no, vai prima sui siti dei negozi a vedere cosa hanno, se non addirittura lo ordini on-line. E’ chiaro a questo punto che il negozio di mobili, se vuole vendere, deve essere ai primissimi posti della prima SERP (Search Engine Result Page) di Google.

Grazie al SEO, Google è diventata un monopolio privato che al confronto la Microsoft degli anni Novanta impallidisce. AdWords è diventato il principale strumento di web marketing e la guerra delle “keywords” si combatte a suon di euro (o dollari) a click.

La scrittura web del futuro

John Maynard Keynes diceva che l’unica cosa che si può prevedere del futuro è che un giorno saremo tutti morti. Per cui non mi metterò certo a pontificare sui nuovi “trends” del web writing. Ma qualcosa penso di poterla dire, magari ingenuamente.

Computer, carta e penna
Computer, carta e penna: uno scriba che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (Mt 13,52; Public Domain via Pixabay)

Una cosa che penso si svilupperà molto sarà la diversificazione dei “generi letterari”. Una voce di catalogo superottimizzata SEO non ha molto a che fare con un articolo on-line di storia, inevitabilmente più lungo e rilassato, e meno SEO-ossessionato. Dato però che nemmeno un articolo di storia può superare una certa lunghezza pena il diventare illeggibile, sto un po’ ragionando sulla possibilità di abbinare all’articolo un piccolo e-book di approfondimento. Finora il binomio articolo web – ebook è utilizzato solo nell’inbound marketing per uccellare il potenziale cliente e “costringerlo” ad iscriversi alla newsletter.

Le infografiche sono uno strumento eccezionale per il web anche negli ambiti più “aulici”: da sempre nei libri di storia le cartine sono essenziali, ma si può fare molto meglio. Anche i link a filmati d’epoca o documentari su YouTube sono una grande risorsa. L’idea è quella di confezionare un contenuto “multimediale” (nel senso serio, non da luna-park del termine) che abbia una sua logica e struttura interne.

cassetta
Una violazione di copyright molto vintage (maxpixel.freegreatpicture.com).

Purtroppo la multimedialità si scontra con un problema serio, quello dei diritti d’autore.
Prima di tutto, le risorse a pagamento hanno prezzi spropositati, che se fossero le uniche disponibili renderebbero il blogging un passatempo da milionari.
Poi, le norme sul copyright sono confuse e diverse da stato a stato: il web si basa in pratica sulla normativa USA, che contemplerebbe il famoso “fair use” che però non ha dei veri corrispettivi in altri paesi. Anche il diritto di citazione scientifica è nebuloso. Per le foto si può ricorrere alla licenza Creative Commons, il che significa in pratica utilizzare il materiale presente su Wikipedia.
Molto dipende dall’argomento che si va trattando. I più fortunati sono quelli che parlano di storia, perché in genere le foto reperibili su internet sono di dominio pubblico. Quelli più sfortunati sono i blogger di musica. Per fare un esempio, Robert Fripp del suo sito permette di linkare solo la home page e promette la sedia elettrica a chiunque sgarri. Un blogger potrebbe incorrere in seri guai anche solo per aver postato, a bassa risoluzione, la copertina di un disco vecchio cinquant’anni.

Ultimamente i discografici se la sono presa perfino con i link a YouTube. Li ho dovuti cancellare quasi tutti a causa del messaggetto “Questo video include contenuti di XY e la sua riproduzione è bloccata su determinati siti o determinate applicazioni. Guarda su YouTube”. Links visibilissimi l’anno scorso. L’unica spiegazione che sono riuscito a trovare a questa cosa è che un blogger potrebbe farci soldi sopra con la pubblicità online.
Sarebbe da fare una specie di “Creative Commons” per le band di dilettanti, alle quali oltretutto i blogger farebbero pubblicità, basterebbe rendere utilizzabili la copertina e i link a YouTube. Sarebbe un’ottima idea per pubblicizzare neo-prog e jazz. Intanto non mi arrendo all’imposizione dell’afasia discografica, e i miei post di musica li farò “txt-style”.