Quote Tolkien
(CC 2.0 vastateparksstaff via WikiCommons)

Wikipedia recita: «INFP (Introversion, iNtuition, Feeling, Perception) è un acronimo che indica uno dei sedici tipi di personalità del Myers-Briggs Type Indicator (MBTI)». Di tutti i millanta test psicologici sulla personalità, è l’unico che io personalmente ho trovato veramente “scientifico”, nel senso che va oltre un banale oroscopo. Dalla prima volta che l’ho letto, tre anni fa, ho capito moltissimo della mia persona e del perché mi sia trovato inevitabilmente, nel corso della mia vita, ad affrontare certe situazioni. Continuo parafrasando Wikipedia.

Introversione dominante rispetto all’estroversione: gli INFP tendono ad essere di carattere tranquillo e riservato. In me questa cosa è stata, e solo le vicissitudini della vita mi hanno costretto a cambiare e solo parzialmente, una costante matematica: già il mio medico curante da bambino diceva che ero troppo “introverso”. Invece di andare con gli “amichetti”, che non mi volevano perché ero una schiappa a giocare a pallone, me ne stavo a casa a leggere l’enciclopedia. Finendo solo per avere un linguaggio e una cultura talmente elevati rispetto alla loro che l’unico sistema a loro noto per ridurmi al loro livello era quello di coprirmi di lividi. Allora non c’erano tutte le masturbazioni mentali sul bullismo; se non stavi con gli “amichetti”, per le maestre la colpa era tua che non “socializzavi”. Magari ovviamente perché ti consideravi superiore. Non ho mondi interiori, ho galassie: storiche, filosofiche, perfino astronomiche, fisiche ed aerospaziali. Ovviamente nulla di queste ha mai portato a qualcosa di concreto “fuori”. Quando avevo quattordici anni avrei venduto l’anima al diavolo per diventare ingegnere aerospaziale. Ma nessuno allora sapeva nemmeno cosa fosse la “discalculia”: semplicemente, ero un bambino che non si sa per quale motivo doveva ancora usare le dita per ricordarsi le tabelline.

«L’INFP preferisce interagire con pochi amici fidati, piuttosto che con una vasta cerchia di conoscenti, e tende a stancarsi nelle situazioni sociali». Cito ancora: «Essendo composti solo dal 4% della popolazione, il rischio di sentirsi incompresi è purtroppo elevato per il tipo di personalità INFP – ma quando trovano persone che la pensano come loro, l’armonia che sentono sarà una fonte di gioia e di ispirazione». Gli estroversi invece nelle situazioni sociali si “ricaricano”. Forse questo ha qualcosa a che fare col fatto che torno da scuola ogni volta che sembro uscito da Omaha Beach?

Continuo con Wiki: «intuizione dominante rispetto alla sensazione»: gli INFP tendono ad essere più astratti che concreti. Si focalizzano sul quadro generale, invece che sui dettagli, e si concentrano maggiormente sulle possibilità future, e non sulla realtà immediata. Secondo Myers-Briggs, gli INFP «focalizzano gran parte della loro energia su un mondo interiore dominato da sentimenti forti ed un’etica ben salda». Sono capaci di elucubrare anni luce sui massimi sistemi e di non accorgersi del centimetro di mondo reale che hanno sotto il naso. Forse per questo la frase più frequente che mi sono sempre sentito dire è «ma in che razza di mondo vivi?».

Sentimento (Feeling) dominante rispetto al pensiero razionale: gli INFP tendono a dare più valore alle considerazioni personali, rispetto a criteri obiettivi. Cioè, non ne imbroccano una di giusta quando si tratta di fare scelte sulla propria vita. Quando prendono decisioni importanti, gli INFP spesso danno più peso a considerazioni psicologiche ed emotive piuttosto che alla fredda ma infallibile logica. Il sentirsi una cacca al lavoro è più importante di avere uno stipendio sicuro – per non parlare dei contributi. Risultato: l’INFP non sarà mai un bravo gestore del proprio capitale umano. E questo oggi, in tempi di turbocapitalismo, è in pratica un suicidio.

«Percezione dominante rispetto al giudizio»: gli INFP in genere tengono le proprie opinioni per sé e ritardano – soprattutto in quanto ansiogene – le decisioni importanti. Adesso dovrei essere al Macintosh a cercare di abborracciare una verifica di storia per i… pargoli di terza, che se quelli dell’altra scuola si copiavano solo le mutandine, questi sono capaci di copiarsi anche i Tena Lady e i Tampax. Invece sono qui a scrivere di profili psicologici…

Perché dico tutta questa montagna di fregnacce?

Il celeberrimo “Unico Anello” (public domain from www.goodfreephotos.com).

Nella storia ci sono stati diversi INFP famosi, e la loro caratteristica comune è sempre stata soprattutto una: sono stati creatori di grandi mondi interiori, che messi in comune con quei loro simili che non li hanno considerati dei pazzoidi o dei semplici perditempo, sono diventati grandi mondi fantastici. E in effetti sono quasi tutti scrittori: William Blake, Franz Kafka, Søren Kierkegaard (tecnicamente filosofo, ma grande scrittore pure lui), Albert Camus, Jim Morrison (uno a caso), Edgar Allan Poe, Virginia Woolf, Vincent Van Gogh (pittore, ma ci sta bene lo stesso), Alan Alexander Milne (quello di Winnie the Pooh), Hans Christian Andersen, e soprattutto William Shakespeare, Omero, Virgilio, per finire con J. R. R. Tolkien.

La prima volta che sentii parlare del “Signore degli Anelli” ero al liceo, ma non lo volli mai leggere perché mi avevano detto che era un libro “satanico” (sic!!!) ed io allora facevo parte della c.d. “Gioventù Francescana” (una fase della mia vita che oggi mi fa sorridere ma che allora forse ha avuto un suo senso, nonostante tutto). Il presunto “satanismo” di Tolkien era evidentemente dovuto a dei sentito dire sui millanta gruppi di black metal dai nomi tolkeniani. Poi, quando vivevo ancora a Belluno e avrei fatto meglio a rimanervi, mi portarono a vedere il primo film di Peter Jackson.

dvdteca
DVDteca di un qualsivoglia tolkeniano (CC-SA 4.0 Middlearth6982).

Ora, una qualsiasi persona normale e sana di mente avrebbe dovuto dire che era solamente una classica, fantozziana “cagata pazzesca”. Ma in me qualcosa risuonò, come delle corde che condividono le stesse armoniche. Era l’INFP. Pochissimi giorni dopo, acquistai il libro per leggere come andava a finire la storia.

Il “Signore degli Anelli” è un libro senza mezzi termini. O lo liquidi dopo tre pagine come la classica corazzata Kotiomkin fantozziana e/o come un libro per bambini, oppure ti prende talmente tanto che pur di arrivarne alla fine tiri le quattro del mattino e te lo leggi pure sopra il water. A me, è successo così. Al tempo non capii il perché. Diversi anni dopo mi fu chiaro come il sole: era un INFP che stava parlando a un altro INFP.

Non mi capiterà più molto spesso di scrivere di “writing e blogging”. Quello che verrà fuori, e che con grande probabilità saranno riflessioni su quel gran bel sito che è pensierocritico.eu, andrà a finire su “Scriba Manet”, come reliquia di un lavoro che mi avrebbe appagato e realizzato, ma che non è stato il mio destino.

Questa nuova categoria del mio blog parlerà della mia passione per il legendarium tolkeniano: strettissimamente in lingua originale, stroncando così alla radice qualsiasi polemica su associazioni, collettivi e traduzioni. Più che dedicarsi alle lingue elfiche, la grande sfida sarà quella di legare Tolkien ad una profonda conoscenza della lingua inglese e a quei miti norreni che, in fondo, sono il grande cespite di Tolkien. Mandando a quel paese chiunque faccia da ciò inferenze politiche.