Su uno dei vari gruppi Facebook dedicati al rock è stata postata una stroncatura, non tanto ad un disco quanto ad un libro: un caso di “critica della critica”. Il libro è sui King Crimson, uno dei grandi gruppi della scena progressive inglese dei tempi d’oro, e fa una recensione dai toni sperticati di “In the Court of the Crimson King”, il primo disco dei King Crimson. “Scaruffianamente”, il critico del critico giudica “sopravvalutato” questo album, considerato da tutti una pietra miliare, e poi continua facendo una reprimenda sulla scarsa cultura musicale dei troppi critici rock che pure scrivono e soprattutto vendono.
Il giudizio su “ITCOTCK” (l’ho scritto giusto?) del critico del critico, non mi convince. Sono il primo a dire che la “prima trilogia”, quella “Larks’ Tongues in Aspic” – “Starless and Bible Black” – “Red”, musicalmente è superiore; ma parlare di “sopravvalutazione” mi sembra esagerato. Di questo disco ho sempre pensato che il vero, maiuscolo capolavoro sia “21th Century Schizoid Man”. “I Talk to the Wind” è una dolcissima e godibilissima ballad che peraltro risale già all’indefinibile band antesignana dei “KC”, ossia i “Giles Giles & Fripp”. “Moonchild” ha un’introduzione molto delicata, che però non è un mostro di ricercatezza melodica come pretenderebbe il libro stroncato, i cui paragoni con Wagner e Shakespeare, nonostante tutti gli sforzi del buon Pete Sinfield, sembrano anche a me talmente spropositati da apparire grotteschi; oltretutto, il brano poi degenera in un minestrone sonoro pseudo-colto. In quanto ad “Epitaph” e “The Court of the Crimson King”, non le ho mai veramente amate: le ho sempre trovate troppo pesanti e inutilmente lunghe in rapporto alle idee musicali che esprimono, con quel mellotron alla continua ed ossessiva ricerca di un’atmosfera solenne prolungando in modo esagerato accordi “sospesi”, non nel senso tecnico del termine, ma nel senso che per evidenziare il senso di disagio che sta alla base della cadenza fanno attendere troppo la loro risoluzione. Anzi, tutta la “sostanza” musicale dei due brani, peraltro tutt’altro che malvagia, a mio parere viene troppo “tirata”.
Il discorso a monte però, per me, è un altro.
Riprendendo in modo un po’ dilettantesco (visto che si parla di professionalità del critico!) una vecchia diatriba filosofica degli anni Sessanta, esistono due modi di fare critica: quello “storicista” (diacronico) e quello “strutturalista” (sincronico). La critica storicista considera l’opera in quanto prodotto di un autore in carne ed ossa che ha vissuto in una determinata epoca storica. La critica “strutturalista” considera l’opera come un tutto atemporale in sé sussistente, indipendente da qualsiasi legame storico ed esistenziale sia con l’autore che con l’ambiente storico.
“Strutturalista” è il critico musicale che giudica l’estetica di un disco dalla sua conformazione musicale: armonia, ritmo, melodia, strumentazione e quant’altro. “Storicista” è un critico musicale che considera l’opera come inserita nello sviluppo storico di un genere musicale. Il rock, in quanto musica “popolare”, non è solo un fatto musicale in sé, ma è anche un fatto culturale e di costume.
Faccio un esempio spicciolo. Un mio interlocutore su Facebook mi ha dato un’impeccabile spiegazione tecnica del perché i Sabbath sono “incontestabilmente metal”. La spiegazione, tecnicamente inattaccabile, non mi ha però per nulla convinto. Poiché io sono tendenzialmente uno “storicista”, non uno “strutturalista”, a me interessa meno il modo con cui l’accordo di settima di dominante risolve nella tonica con un rivolto della terza al basso o che ne so io, ma mi interessa di più come l’opera si inserisce nel percorso musicale di un autore e nell’evoluzione storica di un genere. Per cui, per quanto il mio interlocutore abbia ragione, io faccio molta fatica a parlare di “metal” prima dell’inizio degli anni Ottanta, quando la gente cominciò a distinguere tra “rockettari” e “metallari” e i ragazzini iniziarono ad andare in giro con le magliette trucide degli Iron Maiden.
La critica strutturalista ha un problema: poniamo, facendo un esempio un po’ comico, sparando a caso, che io dica “il disco tale è incontestabilmente del genere talaltro, perché ha tempi dispari in 5/4, armonizzazione per quadriadi con uso del tritono, melodia in E dorico con digressioni in esatonale, scappellamento a sinistra”. L’intenzione dell’autore di questo commento è sotto sotto quella di mostrare “de mmusica quanto cce capisco”, ma c’è un problemino: se lo scappellamento invece che a sinistra è a destra, è ancora quel genere o no? Il buon Baldi dice che in letteratura i generi sono solo delle astrazioni a scopo didattico, quello che esiste concretamente sono gli autori, che poi, aggiungo io, se sono bravi nella loro carriera non sono mai uguali a se stessi. I Jethro Tull sono sbrigativamente etichettati come “folk prog”, ma il loro primo disco in fondo è un blues jazzato che risente della lezione di Roland Kirk. Tornando all’esempio dell’heavy metal, nel 1969-70 spuntò fuori una “new wave” di rock “duro” che aveva i suoi massimi rappresentanti nella trinità Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath. La gente sentiva che i Black Sabbath erano più “trucidi” degli altri due gruppi, ma non sentiva qualcosa di totalmente diverso. Che i Black Sabbath siano stati il primo gruppo “compiutamente metal” è una considerazione critica applicata retroattivamente, da gente che scrive le proprie recensioni decenni cinquant’anni dopo, avendo presente tutto l’albero che è nato da quel seme. Operazione più che lecita, come la musica anche la critica evolve nel tempo. Basta però riconoscere che ciò che si dice ha una sua componente storica e non è piovuto dal cielo come una cosa eterna nella sua oggettività.

Al di là di “ITCOTCK”, ci sono dischi che, pur essendo dal punto di vista “strutturale”, come detto, “sopravvalutati”, hanno però un’importanza storica enorme. L’esempio più lampante è “Never Mind the Bollocks” dei Sex Pistols, che da un punto di vista strettamente musicale è una vera ciofeca, ma che in una qualsiasi storia del rock è impossibile non citare. Sarebbe forse da distinguere tra “capolavori” e “pietre miliari”. “Sgt. Pepper’s” è un altro esempio: autentica pietra miliare anche se ha non poche cadute di tono, dovute anche al fatto che qualche brano particolarmente riuscito, come “Strawberry Fields Forever” e “Penny Lane”, fu stralciato dall’LP per apparire sul mercato dei 45 giri, che al tempo era quello più importante. “ITCOTCK” è una di queste pietre miliari. Prima di esso, a partire proprio da “Sgt. Pepper’s” c’erano state molte avvisaglie che il rock voleva darsi un tono più artistico e diventare musica soprattutto da ascoltare invece che da ballare. Qualcuno parla di “proto-prog”, ma da molti questa definizione è rigettata; io una storia del prog la farei partire proprio da “Sgt. Pepper’s”, ma so che qualcuno contesterebbe duramente questa mia affermazione, magari citandomi “Pet Sounds” dei Beach Boys. Però siamo tutti d’accordo che ITC… quel che è, è stato il disco che ha inaugurato il “prog” vero e proprio, il primo disco chiaramente “prog”. Il 1970 sarà l’“annus mirabilis”: “Trespass” dei Genesis, “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd, “The Least We Can Do…” e “H to He…” dei Van Der Graaf Generator, l’opera prima, “self-titled”, dei Gentle Giant, “If I Could Do It All Over Again…” dei Caravan, e “Third” dei Soft Machine, gruppo considerato “borderline” rispetto al “prog” vero e proprio (a parte i primi due dischi) ma impossibile da non ricordare. Per citare solo quelli che mi sono venuti subito in mente.
Le guerre di religione sulle classificazioni musicali lasciano comunque il tempo che trovano. Per il semplice motivo che ogni artista di valore ha le proprie peculiarità e una sua personale evoluzione, basta pensare a Frank Zappa o allo stesso Robert Fripp. Qui vorrei fare un’altra riflessione.
Essendo il rock sempre stato, anche nel suo periodo esteticamente migliore, musica “popolare” e quindi “commerciale”, i musicisti hanno sempre risentito dei veri (o presunti dai produttori) cambi di gusti del pubblico. I Rolling Stones sono passati, in vent’anni, dal beat al rock-blues passando per un fugacissimo accenno di psichedelia, per finire con una specie di soul-dance alla fine degli anni Settanta. Tutti i grandi mostri sacri del rock, e del progressive in particolare, a partire dal 1974-75 hanno secondo me ricevuto ordine dalle rispettive case discografiche di semplificare la loro musica e di fare un rock più “facile” ed “orecchiabile”, visto che il pubblico sembrava gradire di più gente come gli ABBA, i Bee Gees, i Fleetwood Mac di “Rumours” oppure il Neil Young di “Harvest”. Il risultato fu controverso: gruppi come i Genesis e gli Yes riuscirono brillantemente a riciclarsi come gruppi “pop” anni Ottanta, gli Emerson Lake & Palmer furono molto pompati dai media alla fine degli anni Settanta ma scontentarono il loro vecchio pubblico che sentiva che non erano più loro, per i Gentle Giant fu un disastro. I Pink Floyd si suicidarono a causa delle intemperanze di Roger Waters che iniziò a pensare “I’m not in the Pink Floyd, I am the Pink Floyd”, quando avrebbero potuto fare ancora almeno un decennio di musica dignitosa e godibile, per quanto distante anni luce dai loro LP degli anni precedenti il 1973. Inciso: dopo “Animals”, disco prolisso ma autenticamente “floydiano” anni Settanta, la band ha partorito “The Wall”, successone planetario e disco più che godibile, ma che di “floydiano” ha solo la cupa ed ossessiva atmosfera. I Jethro Tull, dopo due veri capolavori come “Aqualung” e “Thick as a Brick”, fanno un disco controverso come “A Passion Play”, hanno qualche buona zampata con “Minstrel in the Gallery” e in misura minore “Songs from the Wood”, ma poi è buio pesto.
Ci si avviava non solo verso un profondo mutamento di stile, ma anche verso un cambio di generazione. I musicisti nati negli anni Quaranta avevano fatto prog, i musicisti nati negli anni Cinquanta si dedicano invece a punk, new wave, heavy metal, disco music, reggae, ska, eccetera. Insomma il tentativo da parte dei “vecchi” di riciclarsi facendo musica più “facile” tutto sommato fallisce miseramente, come detto scontentando i vecchi ascoltatori e non catturando del tutto i nuovi, tutti presi dalle nuove sonorità e convinti che i “vecchi” fossero solo dinosauri inevitabilmente condannati all’estinzione.

Attualmente, dopo quarant’anni e passa, la critica “strutturalista” sta comunque svolgendo un lavoro prezioso. Da diversi anni ci si è accorti che quella stagione irripetibile della storia del rock, nonostante sia diventata molto ma molto minoritaria, non si è persa nell’oblio del tempo. È abbastanza facile oggi trovare figli che ascoltano la stessa musica dei padri. Tanto per dire, “Who’s Next” viene ancora usato come sigla di telefilm di successo internazionale. I ragazzini continuano ad imparare a suonare la chitarra elettrica cimentandosi con i riff di Jimmy Page. I conservatori utilizzano “Atom Heart Mother” per il saggio di fine anno. Insomma si va codificando un “corpus” di band e di album che viene a costituire una nuova tradizione di “musica classica”. E si sa, nello studio della musica classica l’approccio è soprattutto “strutturalista”, non “storicista”. Quando un allievo del conservatorio studia Bach, non sta lì a pensare che era un uomo vissuto a cavallo tra il Seicento e il Settecento. Ben venga quindi la critica “strutturalista”, nel momento in cui esplicita e codifica gli stilemi della tradizione rock “classica”.






