Le presidenziali americane sono sempre state un’ansia per gli appassionati di astronautica, per due motivi principali.

Il primo, che nonostante abbiano da decenni perduto interesse per la cosa, gli Stati Uniti rimangono ancora l’unico paese al mondo potenzialmente in grado di realizzare un progetto spaziale di portata storica.

Il secondo, che contrariamente ad altre entità governative americane, come l’USAF ad esempio, la NASA risente da sempre in modo pesantissimo dei cambi di inquilino alla Casa Bianca. E se da Kennedy in poi il grande proclama spaziale è sempre stato un must per ogni presidente USA che si rispetti, da Nixon in poi anche i tagli al bilancio NASA sono sempre stati un must per ogni presidente USA che si rispetti. Poiché progressivamente i tempi di sviluppo in campo aerospaziale dagli anni Settanta si sono allungati a dismisura, diventando da biblici addirittura geologici, cambiare in continuazione i progetti NASA è il modo più sicuro di far sì che l’ente in questione non combini nulla e venga tenuto in piedi solo per non ritrovarsi di punto in bianco con migliaia di disoccupati di lusso.

Il Lockheed-Martin F-35, spesso salito agli onori delle cronache, nasce come Joint Strike Fighter nell’ormai lontano 1996. Da allora ha passato indenne le amministrazioni Clinton, Bush ed Obama fino ad arrivare alla produzione in serie e all’impiego operativo. Per quanto riguarda la NASA, da Bill Clinton in poi è stata una via crucis. La morale della favola è questa: gli Stati Uniti possono stare benissimo senza la capacità di immettere in orbita degli astronauti, ma non possono certo stare senza un nuovo cacciabombardiere che sostituisca gli ormai invecchiati F-16 ed F-18.

Bush sr. aveva mantenuto il National Aero Space Plane, o X-30, l’ambizioso progetto reaganiano per un SSTO-HTHL, il Sacro Graal dell’accesso allo spazio (gli acronimi stanno per Single Stage To Orbit – Horizontal Takeoff Horizontal Landing). Clinton, che fu un boia per la big science americana (fu lui ad uccidere il Superconducting Super Collider, in confronto al quale l’LHC sarebbe stato un nanerottolo), cancellò il progetto e la NASA al posto mise in piedi il Venture Star, del quale il Lockheed Martin X-33 doveva essere un primo prototipo in scala. L’X-33 incappò in problemi tecnici insormontabili con i serbatoi del propellente e, com’era prevedibile, il nuovo presidente Bush jr. cancellò il progetto, mentre nel frattempo anche due interessanti progetti come l’HL-20 PLS e l’X-38 CRV si erano persi per strada.

La NASA continuava a rimanere con la flotta degli Shuttle che, invecchiando, avevano sempre più problemi, sia tecnici che di costi. Il disastro dell’OV-102 Columbia, il 1° febbraio 2003, da una parte rinfocolò le tradizionali polemiche sull’utilità dello spazio manned, dall’altra fece gettare alle ortiche il concetto di aerospazioplano e riprendere in grande stile la tradizionale capsula con vettore a perdere, visto anche il successo delle Soyuz russe, rimaste dopo la dismissione degli Shuttle nel 2011 l’unico modo di accedere alla Stazione Spaziale Internazionale. Tanto che molti bollarono come sciagurata la decisione di Nixon nel 1972 di smantellare l’hardware dell’Apollo e di approvare il programma Space Shuttle, parlando apertamente di “trent’anni persi”.

Bush jr. diede il via nel 2005 al programma Constellation, in pratica una ripresa in grande stile del glorioso progetto Apollo, che avrebbe utilizzato il più possibile tecnologie già sviluppate per il Saturn V e per lo Shuttle. Constellation era un progetto intelligente: mentre l’orbita bassa sarebbe stata appannaggio di voli commerciali venduti da compagnie private, la NASA si sarebbe concentrata su quello che avrebbe dovuto essere il suo scopo principale, ossia l’esplorazione interplanetaria, ad iniziare dalla Luna.

Capsula Orion
La capsula Orion raffigurata insieme al modulo di servizio fornito dall’ESA (disegno NASA).

Ma, come era da aspettarsi, il tutto fu ammazzato dal nuovo presidente Obama. Stranamente, una volta tanto è stato il Senato, tradizionale tagliatore di teste e di fondi, a rintuzzare la furia iconoclasta del neo-presidente di turno, salvando la capsula Orion (in pratica un clone ingrandito del vecchio CM Apollo) e imponendo all’amministrazione lo sviluppo del vettore pesante SLS, erede diretto dell’Ares V del Constellation. Ma Obama doveva comunque metterci del suo, sostituendo al ritorno umano sulla Luna lo strampalato obiettivo dell’atterraggio su un asteroide. Per contentino, il solito grande proclama su Marte, tanto non costa niente.

Obama è riuscito nell’impresa di danneggiare la NASA molto più di quello che era riuscito a fare l’ultimo presidente democratico prima di lui, Bill Clinton, impresa non da poco. Come già detto, ha assassinato il programma Constellation, che per la prima volta da decenni metteva la NASA nella giusta prospettiva strategica per quanto riguardava la presenza umana nello spazio. Ma si era capito subito che ad Obama dello spazio non gliene importava un fico secco, e a parte qualche astro-fanatico e i senatori di Florida e Texas, nessuno gli ha dato torto. Perché quello che conta veramente a livello politico è lo “spazio che serve”, cioè i satelliti applicativi, civili ma soprattutto militari. La potenza bellica statunitense si basa in modo molto pesante sui satelliti, per ricognizione, posizionamento, telecomunicazioni, meteorologia e quant’altro. Senza i satelliti, i soldati, i piloti e i marinai americani sarebbero sordi e ciechi. Per la “grande strategia” americana conta quindi essere al top per quanto riguarda l’uso militare dello spazio: le forze armate americane hanno già da tempo teorizzato concetti come space control, space denial, eccetera, rielaborando concetti strategici risalenti ancora ad Alfred Thayer Mahan. E ad ogni modo, all’USAF, che da tempo flirta con l’idea di una flotta aerea composta quasi esclusivamente da droni da combattimento (UCAV), mandare in orbita degli astronauti non interessa affatto: la realizzazione più interessante dal punto di vista aerospaziale degli ultimi anni, il Boeing X-37B, è totalmente robotizzato.

Ma che intenzioni ha Donald Trump? Sarà anche lui un nuovo capitolo dello spreco di tempo e risorse che è costata finora questa compulsione a ripartire sempre daccapo?

Innanzi tutto, il neopresidente ha già nominato un landing team presidenziale che aiuti i vertici NASA nella transizione. Interessante, anche se può significare tutto e niente, la presenza nel team di Steve Cook, che al Marshall Space Flight Center di Huntsville (Alabama) era a capo del programma per i vettori Ares I ed Ares V di Constellation. Con l’avvento di Obama e la cancellazione di Constellation, Cook lasciò la NASA per andare a lavorare nell’industria privata.

Uno dei primi e più importanti interventi presidenziali sarà quello di nominare il nuovo amministratore generale dell’ente spaziale, e questo darà una prima misura di cosa vorrà fare Trump. C’è una bella differenza tra un CEO per l’espansione dell’attività e un curatore fallimentare, e sapere chi sarà a guidare la NASA significherà sapere che idee il nuovo presidente ha sull’attività dell’ente e sul budget che intende concedere per realizzarle. A causa del Congresso, attualmente la NASA non ha un bilancio per il 2017 e sta lavorando con un’estensione di quello 2016. Ci vorrà comunque qualche mese prima che la situazione si chiarisca: il Senato dovrà ratificare la nomina del nuovo amministratore per l’ente spaziale, quindi il neopresidente dovrà presentare un budget di massima al Congresso che poi lo approverà, non senza modifiche. E qui bisogna tener conto degli interessi dei vari parlamentari e della loro forza nel fare lobbying in favore di industrie o istituti appartenenti al loro collegio elettorale.

Secondo i commentatori, sarà difficile che la nuova amministrazione stravolga i piani dell’ente per quanto riguarda la planetologia e l’astrofisica. Il James Webb Space Telescope,  è ormai in drittura d’arrivo dopo essere sopravvissuto ad ogni tipo di polemiche legate al suo costo di ormai 8,8 miliardi di dollari, una cifra spropositata per una missione spaziale senza equipaggio – ed infatti il JWST è stata la prima missione automatica a subire strali un tempo riservati solo alle missioni manned. Ma è stato notato da qualcuno che, anche contando i budget overruns, JWST costa sempre meno di un mese di guerra in Iraq.

James Webb Space Telescope
Il James Webb Space Telescope nella “cleanroom” del NASA Goddard Space Center, il 4 maggio 2016 (NASA, public domain via WikiCommons).

Il telescopio è stato ultimato ed il lancio è previsto per il 2018: sarebbe una follia buttare a mare tutto proprio adesso. Anche il nuovo Wide Field Infrared Survey Telescope ha iniziato la sua avventura, con il lancio previsto per il 2024.

Potrebbe invece avere forti ripercussioni negative il corposo programma della NASA per l’osservazione della Terra, in modo particolare le iniziative legate al monitoraggio del cambiamento climatico, la cui esistenza è sempre stata contestata dalla maggior parte dei repubblicani. Robert S. Walker e Peter Navarro, due consiglieri di Trump per la campagna elettorale, hanno dichiarato mesi or sono che “la NASA dovrebbe concentrarsi principalmente sulle attività legate allo spazio profondo, piuttosto che su un lavoro Terra-centrico (sic) che sarebbe gestito meglio da altre agenzie”. Dopo Apollo, la NASA si sarebbe progressivamente “ridotta” in un’agenzia tutta focalizzata sulla ISS e su operazioni “politicamente corrette” di “monitoraggio ambientale”. Insomma, i repubblicani vorrebbero “liberare la NASA dal servire principalmente come agenzia logistica per attività in orbita terrestre bassa e reindirizzarla verso la sua missione, l’esplorazione dello spazio”.

Ridurre il budget per una cosa “utile” come il monitoraggio ambientale non è certamente una mossa felice, ma da un punto di vista strettamente organizzativo l’affermazione non è del tutto peregrina, poiché esiste anche la National Oceanographic and Atmospheric Administration (NOAA) che già gestisce in proprio una sua flotta di satelliti e che, come dice il nome, ha lo studio e il controllo dei fenomeni atmosferici tra i suoi compiti istituzionali. Non si capisce perché non debba essere lei ad occuparsi di ozono e gas serra, trovando oltretutto una più robusta ragione d’essere, visto che è sempre stata considerata una Cenerentola rispetto alla NASA (il che è tutto dire) ed è stata ripetutamente in pericolo di essere sciolta. E con lo spazio circumterrestre che si avvia verso la “privatizzazione”, la NASA secondo logica dovrebbe avere come scopo l’esplorazione dello spazio interplanetario e l’osservazione dello spazio profondo. Questa dovrebbe essere la sua vera “vocazione”, o come dicono gli anglosassoni, la sua mission. Che poi questa riassegnazione sia il pretesto per dare un freno agli studi sul riscaldamento globale, che come è noto i repubblicani americani vedono come il fumo negli occhi, è un altro discorso.

La capsula Orion, che sta faticosamente continuando il suo sviluppo e il cui primo volo, naturalmente senza equipaggio, si è avuto nel già piuttosto lontano dicembre 2014, non dovrebbe essere in pericolo, dato che è il cardine del futuro manned della NASA, ed ormai coinvolge anche i partner europei che stanno costruendo il modulo di servizio, basandosi sulle tecnologie dell’ATV.

Non è questo il caso però di SLS, il vettore pesante (70-130 t in LEO) che la NASA sta ancora più faticosamente cercando di portare al suo primo volo, che dovrebbe essere anche il secondo di Orion. SLS immetterebbe Orion in un’orbita intorno alla Luna, ma essendo la capsula ancora una volta vuota, la missione non avrà il valore storico di primo volo oltre l’orbita terrestre dopo il 1972. I consiglieri di Trump sono divisi, c’è chi considera SLS indispensabile per il rilancio dell’America nello spazio, e chi invece lo reputa costoso ed inutile, visto che la SpaceX, campione dell’iniziativa spaziale privata, ha in progetto il nuovo vettore ITS (Interplanetary Transport System), un mostro capace di immettere in LEO qualcosa come 550 tonnellate. La Space X è riuscita negli ultimi anni in una vera impresa tecnologica, rendere completamente riutilizzabile un lanciatore stadiato.

Disegno in scala dei principali vettori medi e pesanti. Da notare le proposte delle ditte private SpaceX e Blue Origin (credits: Blue Origin).

Chi invece rischia sul serio è la Asteroid Redirect Mission (ARM), ossia la nebulosa missione con equipaggio che dovrebbe visitare un masso in precedenza recuperato da un asteroide e immesso in un’orbita lunare stabile grazie ad una sonda robotica. Questa idea bislacca è stata il risultato di un parziale recupero di Constellation che è stato imposto ad Obama. Per lui le missioni con equipaggio oltre l’orbita terrestre erano un inutile spreco e in quanto all’orbita terrestre e alla ISS, gli Stati Uniti potevano benissimo appoggiarsi alle Soyuz russe in attesa che l’industria privata approntasse nuovi veicoli con equipaggio. Per salvare Orion, si decise di usarla come “scialuppa di salvataggio” per la ISS. Ma nel settembre 2010 il Senato votò a favore del ripristino dei finanziamenti per missioni oltre l’orbita terrestre, utilizzando Orion e un nuovo vettore che in pratica era l’Ares V redivivo, battezzato SLS. L’obiettivo non poteva che essere il solito Marte, ma prima di arrivarci occorreva testare Orion in regioni dello spazio più vicine alla Terra. La cosa più logica sarebbe stata tornare sulla Luna, dove si sarebbero potuti provare i veicoli di discesa e i moduli abitativi, nonché addestrare gli astronauti. Inoltre, una base lunare permanente potrebbe servire a molte cose, oltre che a preparare una missione marziana. Ma Obama era convinto che non ci fossero le risorse per missioni umane sia sulla Luna che su Marte, e così fu deciso che al posto delle missioni lunari di preparazione si sarebbe fatta una missione di rendez-vous con un asteroide. Almeno così il presidente ebbe la soddisfazione di non essere costretto a riesumare anche il Lunar Surface Access Module Altair, l’erede del glorioso LEM dell’Apollo. Ma da più parti si è criticata aspramente ARM, considerata, giustamente per chi scrive, inutile ai fini di preparare una missione verso Marte. Anzi, la stessa idea di andare su Marte “saltando” la Luna è bislacca, perché la presenza umana nello spazio ha senso solo in vista di una, per quanto lontana, colonizzazione permanente. Altrimenti, se Apollo è stato un’impresa sportiva di competizione internazionale, la missione marziana sarà, peggio ancora, una gita turistica: e non servirebbe tornare su Marte come non serve tornare a Parigi o a Venezia quando costa troppo e si può dire di esserci già stati.

Trump ha affermato che compito della NASA deve essere quello dell’esplorazione umana dell’intero sistema solare entro la fine del secolo. Insomma nemmeno lui ha potuto resistere alla sparata pseudo-kennedyana di “achieve the goal before this decade is out”, un vero must per ogni presidente USA (tanto ormai lo hanno capito tutti che è una cosa che “the President” deve dire, e che la dice tanto per dirla). Molto elegantemente Trump si è tenuto sul vago, oltretutto ponendo una deadline raggiunta la quale lui sarà già abbondantemente defunto.

Le congetture sulla politica spaziale di Trump, basandosi finora solo su dichiarazioni più o meno estemporanee, non possono non risentire della posizione politica del commentatore di turno. I democratici sostengono che dare alla NOAA o ad altre agenzie governative l’osservazione della Terra sarebbe una catastrofe, e che Trump prometterebbe la Luna (nel senso letterale del termine?) non sapendo nemmeno lui dove trovare i fondi per la NASA. Non si può infatti volere la moglie piena e la moglie ubriaca, cioè non si può promettere un grandioso programma di infrastrutture e nello stesso tempo il taglio delle tasse, a meno di non tagliare drasticamente i budget delle agenzie governative, e in questo la NASA è sempre stata in prima fila. I repubblicani invece sostengono che Trump non taglierà il bilancio della NASA: anche se si presenta come un risparmiatore riguardo l’enorme debito pubblico statunitense, si presenta anche come un fautore del primato statunitense nel mondo, e ben poche cose possono ribadire questo primato come tornare al trionfo planetario del progetto Apollo.

Ci sono due cose però che non convincono nel discorso dei repubblicani.

La prima è questa. Ormai cinquant’anni di neoliberismo globale hanno dimostrato, a chi ha l’onestà intellettuale di ammetterlo, che il taglio delle tasse alle classi alte ed altissime non significa necessariamente favorire lo sviluppo economico perché queste classi avrebbero più soldi da investire nell’iniziativa privata. Ma siccome Trump si muove totalmente all’interno di un orizzonte di idee neoliberista, nonostante la sua attenzione per i temi del lavoro e della delocalizzazione, di fronte all’alternativa se non mantenere il promesso taglio delle tasse oppure fare l’Edward Mani di Forbice con il budget NASA, la risposta è scontata.

La seconda. La NASA, tipica agenzia governativa degli anni Sessanta, pur essendo legata in modo intimo al complesso industriale aerospaziale americano, era comunque il punto di riferimento esclusivo delle attività spaziali civili americane. Ma la cultura economica americana, pur assegnando allo stato un compito importantissimo di supporto al business del paese, soprattutto all’estero, è sempre stata ferocemente ostile ai monopoli governativi. Soprattutto in quest’epoca dove impazza il turboliberismo, che è la cultura da cui proviene anche Trump. Verrebbe da pensare, andreottianamente, che la NASA sia stata nell’ultimo decennio lasciata morire di inedia in modo da poterla privatizzare. Trump come si comporterà di fronte a questa possibilità? Una NASA in grado di portare l’uomo nello spazio profondo sarebbe inevitabilmente una NASA forte e pubblica.

Trump può piacere o non piacere, ma una cosa è certa, che in tema di ricerca spaziale gli riuscirà molto difficile combinare più disastri di Obama, che con le sue idee bislacche è stato per la NASA il presidente più deleterio mai apparso da Eisenhower in poi. Una cosa positiva, comunque, anche Obama l’ha fatta, e non da poco: ha impedito che la NASA avesse a che fare con Mitt Romney, il candidato repubblicano del 2012, notoriamente ostile ai grandi progetti spaziali.